di Luigi Ferrajoli
Avvocato patrocinante in Cassazione
Dottore commercialista e revisore legale
Titolare Studio Ferrajoli Legale Tributario in Bergamo e Brescia
 
 

L’approvazione del decreto legge avvenuta ieri in Consiglio dei Ministri della nuova procedura di collaborazione volontaria finalizzata alla regolarizzazione di attività detenute all’estero – che potrà essere attivata fino al 30 settembre 2015 – viene “venduta” come un illuminato provvedimento finalizzato a far rientrare in Italia capitali detenuti all’estero che, secondo la Banca d’Italia, ammonterebbero fino a 200 miliardi di euro. Nessuno parla di condoni, non è oggi politicaly correct, anzi guai a farlo: si preferisce adottare la locuzione anglofila “voluntary disclosure”, prendendo le distanze anche dagli scudi fiscali, poiché nati da altra matrice.

E tutte le voci del coro si affannano a ripetere la stessa cosa…

In verità nulla di nuovo sotto il sole: attenuazione di sanzioni tributarie anziché imposte sostituitive, per una misura che sotto il profilo sostanziale non è per nulla dissimile dai vituperati condoni, che favoriscono gli “infedeli” e deludono i contribuenti onesti.

Stavolta si fa anzi cassa in misura molto più rilevante, atteso che mentre in passato le imposte sostitutive degli scudi fiscali ammontavano a pochi punti percentuali, oggi le sanzioni tributarie – pur ridotte alla metà del minimo edittale per capitali provenienti da Paesi white list o al quarto del minimo per capitali provenienti da territori balck list (non collaborativi negli scambi di informazioni) incideranno in maniera certamente più pervicace.

Ma sempre di condoni si tratta, anche se chi concepisce lo strumento si lava la coscienza con un raccordo premiale con la materia penale solo parziale, poiché anziché estinguere qualsivoglia responsabilità penal-tributaria – come fatto in passato -, l’esimente viene prevista solo per i comportamenti di omessa o infedele dichiarazione e non anche per i comportamenti fraudolenti puniti dagli articoli 2 e 3 della legge 74/2000, per i quali la pena è solo ridotta fino alla metà (riferimento incerto anche per chi intenderà avvalersi dell’istituto, atteso che la soluzione algebrica dipenderà dalla discrezionalità del giudicante, e quindi per definizione non aprioristicamente prevedibile).

La frontiera logica ed etica da superare ritengo sia comunque la medesima, sebbene le scelte incentivanti di ciascuno strumento siano peculiari, talvolta più ampie, talaltra meno.

E allora: bisogna ritenere compatibile con un corretto approccio civico, prima di valutare il mero interesse erariale, una misura irrispettosa dell’eguaglianza dei contribuenti rispetto alla legge fiscale, che ancora una volta dà al cittadino la percezione che non valga la pena essere fiscalmente integerrimi poiché prima o poi qualche soluzione arriverà a risolvere i problemi dei “fiscalmente allegri” per l’atavico bisogno di rimpinguare le bucate casse dello Stato, o bisogna forse cominciare a concepire misure di allargamento della base imponibile che impongano a tutti di corrispondere le imposte sul fronte interno e quale contraltare naturale dell’imposizione garantiscano i servizi e le opere pubbliche di cui la collettività necessita?

E quand’anche si fosse dell’idea di tollerare anche i condoni, o le disclosure come si dice oggi, non sarebbe quantomeno il caso di “addolcire la pillola” individuando, in contestualità con l’entrata di in vigore di strumenti di tal natura – così come si individua la copertura quando si tratta di provvedimenti afferenti alla spesa -, quali siano le opere di pubblica utilità o gli interventi di sostegno o rilancio dell’economia cui finalizzare le risorse che verranno introitate?

Se non salteremo questo fosso, se non comprenderemo che non si può continuare a spremere i soliti e favorire i soliti altri per obiettivi peraltro intangibili per il popolo, se non impareremo a garantire il risultato o quanto meno l’impiego in determinate direzioni anziché continuare a far cassa genericamente, i nostri obiettivi di ripresa economica e l’impegno civile di ciascun contribuente diverranno sempre più lontani od effimeri.

Mi chiedo se non sarebbe stato più facile assumere misure di confisca per equivalente per i capitali esteri non dichiarati dopo ben tre scudi, poiché essi sarebbero stati comunque in futuro scoperti nell’ambito della lotta all’evasione transazionale con gli accordi bilaterali e gli scambi di informazioni sempre più numerosi e fitti tra gli Stati, addivenendo a risultati analoghi.

Mi chiedo ormai da anni se, agendo di converso sul fronte interno nel cambiare completamente le regole del nostro ormai arrugginito sistema fiscale, avvicinandosi all’esempio di Paesi di common law di cui imitiamo solo malamente l’idioma anziché le misure concretamente utili, non sia il caso di comprendere che per far scendere di molti punti la pressione fiscale ed allargare la base imponibile è opportuno consentire la deducibilità di tutta la spesa ed obbligare tutti le categorie all’emanazione di un unico documento fiscale certificativo: in tal modo il sistema si controlla da solo in maniera infallibile e tutti pagano le imposte sul reddito poiché possono dedurre tutti i costi sostenuti e poiché obbligati da un prossimo che non avrebbe alcun vantaggio nel non chiedere il documento fiscale.

Ma forse è troppo banale, e si rischierebbe di riuscire …

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