La Corte di Cassazione è tornata a occuparsi della questione relativa alla legittimità della confisca di prevenzione nei confronti dei beni e delle somme di danaro derivanti da attività delittuose da parte di soggetti che avevano vissuto abitualmente con i proventi di tali attività illecite (avendo, tra l’altro, cercato di realizzare l’intestazione fittizia ad un trust dei beni acquisiti con i proventi della loro criminosa condotta).

Nel caso di specie, nei confronti di due coniugi, a cui era stata attribuita un’attività di ponderosa evasione fiscale, truffa ai danni della Regione Lazio, ed associazione a delinquere si era proceduto con confisca di prevenzione, ex articolo 24 D. Lgs. 159/2011, di vari immobili, autovetture, conti correnti quote sociali e, appunto, trust.

Tale provvedimento traeva il proprio fondamento dalla pericolosità sociale dei menzionati soggetti, in quanto gli stessi verosimilmente basavano il proprio sostentamento dai proventi delle contestate attività delittuose.

La ratio della misura, infatti, risiede nell’esigenza di impedire che beni di illegittima provenienza possano essere immessi nel circuito economico, con evidente lesione dell’interesse pubblico. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 27 dicembre 2017

Dopo l’entrata in vigore del Regolamento Europeo 203/2012, la conversione di molte cantine nazionali alla produzione di vino biologico ha consentito di cogliere importanti opportunità di espansione offerte dal mercato di settore, ponendo tuttavia – anche alla luce del contemporaneo sviluppo di canali di vendita alternativi a quelli offline – una serie di problematiche connesse all’adozione di efficaci strategie di presenza sul web, nel rispetto della variegata e frammentata normativa di riferimento e s

enza trascurare la necessaria difesa del Brand e del know-how d’impresa.

Prima del 2012, la certificazione biologica era prevista solo per le uve e infatti l’unica dicitura consentita era “vino ottenuto da uve biologiche”. La norma comunitaria del 2012 ha, invece, introdotto una definizione più estesa e tecnica di “vino biologico”.

La citata normativa europea stabilisce precise regole di produzione dei vini biologici, delineandone, al contempo, le modalità di vinificazione, secondo schemi approvati dallo Standing Committee on Organic Farming (SCOF), il Comitato permanente per l’agricoltura biologica.

Il Regolamento prevede una serie di restrizioni all’utilizzo di determinate pratiche enologiche e sostanze coadiuvanti durante la fase di vinificazione.

Un produttore biologico può utilizzare circa la metà del numero di coadiuvanti rispetto ad un produttore convenzionale.

I limiti di solforosa totale per i vini biologici rossi secchi possono, nel massimo, raggiungere i 100 mg/l, mentre per i bianchi secchi il limite è elevato a 150 mg/l.

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Argomento ancora per certi versi irrisolto è quello relativo al profitto del reato soprattutto se a conseguire un potenziale vantaggio oggettivamente determinabile sia stata una società a cui sia stata contestata la commissione di un reato rilevante sotto il profilo del D.lgs. 231/2001. Con la sentenza n. 51655 del 13 novembre 2017 la Cassazione affronta nuovamente la questione soffermandosi sull’oggetto del sequestro preventivo finalizzato alla confisca. Si tratta di un caso di truffa aggravata e continuata perpetuata in danno alla società gestrice dei servizi aeroportuali dello scalo di Palermo, da parte dell’amministratore della società T. Il difensore e procuratore di T. proponendo ricorso in Cassazione, contesta le decisioni assunte sia dal P.m. sia dal G.i.p. che hanno disposto il sequestro preventivo in relazione al profitto (secondo la difesa erroneamente calcolato) con riferimento anche alle condotte anteriori al 28/11/2012 data in cui è entrata in vigore la L.. 190/2012 (c.d. “Legge Severino”). In merito, è stato evidenziato che la Legge Severino è intervenuta, modificando la disposizione dell’art. 322ter c.c. – richiamato dall’art. 640quater c.p. -, ad estendere il parametro applicativo di tale misura sanzionatoria anche per ciò che può essere definito il profitto del reato e non più soltanto con riguardo al prezzo. Viene richiamata altresì la dottrinale distinzione elaborata sui contratti pubblici che, in occasione della loro stipulazione, possono realizzare fattispecie di “reato contratto” o “reato in contratto”. Il sequestro preventivo si muove in diverso modo a seconda che ci trovi di fronte nell’una o nell’altra ipotesi. Ma ripercorriamo cosa si intenda per “reato contratto” e “reato in contratto” e con quali modalità essi si concretizzino.

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La domanda di rimborso dell’IVA deve ritenersi già formulata con la compilazione, nella dichiarazione annuale, del quadro relativo al credito, mentre la presentazione del modello VR costituisce esclusivamente presupposto per l’esigibilità del credito e, quindi, è un adempimento necessario solo per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso; ne consegue che, una volta manifestata in dichiarazione la volontà di recuperare il credito d’imposta, il diritto al rimborso – anche in mancanza dell’apposita, ulteriore domanda – non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza previsto dall’articolo 21, comma 2, D.Lgs. n. 546 del 1992, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale ex articolo 2946 Codice Civile .

Tale principio, che è andato consolidandosi nelle pronunce di legittimità (cfr. anche, ex multis, Corte di Cassazione, sent. n. 20039/2011, n. 15229/2012, n. 7684/2012, n. 2004/2014, ord. 17396/2012, n. 4002/2013) è stato recentemente confermato dalla Suprema Corte con l’ordinanza n. 26650 del 10.11.2017.

Nella fattispecie oggetto del giudizio, l’Agenzia delle Entrate presentava ricorso avverso la sentenza con la quale la Commissione Tributaria Regionale di Venezia aveva confermato la sentenza di primo grado, che aveva accolto il ricorso proposto dal contribuente ritenendo che, in materia di rimborsi IVA, non sussistesse la decadenza biennale prevista dall’articolo 21 D.Lgs. n. 546 del 1992 ma che il termine fosse decennale. Secondo la CTR, considerato che il contribuente aveva esposto la somma a credito nella dichiarazione del 2002 relativa ai redditi del 2001 e, poiché l’Amministrazione non aveva verificato, pur avendone la possibilità, se sussistessero tutti i presupposti per l’esposizione di quel credito, tale indicazione diventava diritto di credito che, in assenza di una norma specifica, si prescriveva nel termine di dieci anni.

L’Amministrazione finanziaria ha quindi contestato la sentenza di secondo grado eccependo la violazione e falsa applicazione dell’articolo 21 del D.Lgs. n. 546 del 1992, in combinato disposto con l’articolo 30 del D.P.R. n. 633 del 1972 e con gli articoli 2946 e 2935 Codice Civile, nonché la violazione e falsa applicazione degli articoli 30, comma 2 e 38-bis del D.P.R. n. 633 del 1972. Continua la lettura »

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Il recente scandalo dei Paradise Papers ha riacceso l’annosa questione degli effetti di quei regimi fiscali che, in vigenza di aliquote d’imposta estremamente basse, unite ad una assenza di controlli e ad aspetti di non immediata rilevanza (tra i quali la stabilità politica di un Tax heaven), risultano avere un forte potere attrattivo per i capitali stranieri.

La pianificazione fiscale a livello di strategia di impresa – ma anche per la singola persona fisica che nel proprio portafoglio detiene investimenti in attività estere – ha una funzione fondamentale: partendo dall’analisi dei dati fattuali, si cerca di trarre vantaggio dalle innumerevoli configurazioni ordinamentali che si prospettano, scegliendo sistemi fiscali meno aggressivi ed allocando le proprie disponibilità in realtà maggiormente vantaggiose.

In tale chiave prospettica, l’international tax planning si concretizza in una scelta che rappresenta il frutto di una ponderata valutazione di una serie di aspetti tra loro anche contrastanti, analizzati secondo uno schema costi/benefici, in grado di guidare il contribuente all’assunzione di una vantaggiosa decisione, necessariamente supportata da “valide ragioni economiche”.

Prescindendo dai clamori mediatici, è bene precisare come questa ultima scelta possa essere considerata come “illecita” solo se si riscontra che il trasferimento dei fondi dal Paese d’origine del proprietario a quello caratterizzato da vantaggi fiscali sia stato effettuato in spregio al quadro normativo e regolamentare vigente.

In disparte la regolamentazione circa il movimento transfrontaliero di capitali, il nostro ordinamento sanziona la mancata dichiarazione da parte dei residenti in Italia di investimenti patrimoniali detenuti all’estero ovvero l’omessa indicazione di attività finanziarie suscettibili di produrre reddito in Italia, sottoposte all’obbligo di indicazione in dichiarazione nel quadro RW. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 30 novembre 2017

Con l’entrata in vigore della legge n. 112/2016 recante “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, il legislatore interno ha, tra le altre cose, trasformato il contratto di affidamento fiduciario da contratto socialmente tipico in vero e proprio contratto “nominato”.

In tal modo, l’ordinamento italiano ha fatto proprio lo strumento idoneo alla costituzione di un patrimonio separato – il c.d. “fondo speciale” – destinato alla realizzazione del programma fiduciario e in grado, al contempo, di generare un vincolo di destinazione opponibile ai terzi.

Proprio con riferimento a tale ultimo assunto, l’espresso richiamo all’art. 2645-ter c.c., in combinato disposto con la previsione di cui all’art. 1707 c.c., garantisce un effetto segregativo tra i beni che costituiscono il fondo speciale e il restante patrimonio del soggetto fiduciario.
Nonostante l’infelice collocazione della norma tra gli adempimenti trascrittivi, il legislatore, con il citato art. 2645-ter c.c., ha introdotto una figura generale di atto negoziale di destinazione, in forza del quale uno o più beni vengono vincolati ad uno scopo, vincolo rafforzato da un meccanismo di separazione patrimoniale.

In altri termini, il rimando all’istituto in oggetto consente al disponente di programmare un utilizzo del bene orientato ad un fine specifico.

Per effetto dell’atto di destinazione, i beni subiscono un vincolo giuridico di ordine finalistico per il quale essi devono essere utilizzati secondo quella che la dottrina ha avuto modo di definire una “trasformazione strutturale del potere dispositivo”, con il passaggio da un agire libero ad un agire funzionale.

L’imposizione del vincolo obbliga così al perseguimento della finalità prospettata, potendo i soggetti interessati agire contro il proprietario del bene per la sua attuazione.

Oltre al contenuto positivo dell’atto di destinazione, vi è anche quello negativo.

Il proprietario del bene vede, infatti, circoscritte le facoltà di utilizzazione del bene stesso, essendogli precluse forme di utilizzo diverse da quelle funzionali allo scopo.

Così facendo, il vincolo circoscrive e condiziona i poteri del soggetto proprietario, con conseguente restrizione di carattere “impeditivo” alla sfera di godimento e di disposizione del bene.

La presenza di un vincolo di destinazione di natura obbligatoria ha naturalmente riflessi in termini di opponibilità, atteso che:

  1. il beneficiario del vincolo medesimo è mero creditore del conferente e al medesimo compete l’azione risarcitoria in caso di mancato impiego dei beni per la realizzazione del fine di destinazione, a seguito della violazione del vincolo di utilizzazione espressamente previsto dalla norma;
  2. le azioni proponibili dal beneficiario, quale “interessato”, prescindono da ogni collegamento di natura reale con i beni destinati (si pensi, ad esempio, alle azioni cautelari).

Nei confronti dei creditori l’opponibilità del vincolo determina, come anticipato, un effetto separativo patrimoniale.

Il legislatore, nell’ultima parte dell’art. 2645-ter c.c., prevede che i beni conferiti e i loro frutti costituiscono oggetto di esecuzione solo per debiti contratti per tale scopo.

Attraverso l’opponibilità del vincolo di destinazione viene così a determinarsi un effetto di separazione reale verso i creditori diversi dai creditori della destinazione, che perdura fintanto che prosegue la destinazione. In questo modo, si verifica una limitazione, per l’avente causa, della funzione di garanzia patrimoniale in relazione ai beni destinati.

Applicando i principi sopra esposti alla novella introdotta dalla legge n. 112/2016 sul “Dopo di noi”, ne discende che i fondi speciali risultano sottratti alla responsabilità patrimoniale della società fiduciaria e possono, in tal modo, essere soggetti ad esecuzione solo con riferimento a posizioni debitorie maturate in esecuzione e per effetto del perseguimento del programma fiduciario.

I precetti in commento sono stati trasposti in un modello di “contratto di amministrazione fiduciaria di fondi speciali” ad opera di Assofiduciaria che ha voluto, in tal modo, conferire concretezza al coraggioso percorso del legislatore nazionale a tutela dei soggetti particolarmente bisognosi.

La scelta di predisposizione del cennato modello contrattuale, sviluppato in ossequio ai congiunti principi della fiducia romanistica e del precetto del richiamato art. 2645-ter c.c., permette di fornire una coerente e chiara soluzione alla vexata quaestio concernente l’eventuale opponibilità o meno ai terzi del pactum fiduciae.

In tale chiave prospettica, il proposto modello contrattuale impone che il trasferimento della proprietà di beni immobili e mobili soggetti a trascrizione venga effettuato mediante trascrizione contro il fiduciante e a favore della fiduciaria, lasciando – di contro – il vincolo di destinazione trascritto contro la fiduciaria, come disciplinato dal più volte richiamato art. 2645-ter c.c.

La descritta soluzione appare conforme alle linee interpretative offerte dalla giurisprudenza di merito che – antecedentemente alla novella in rassegna, chiamata a pronunciarsi sugli effetti nei confronti di terzi dell’affidamento fiduciario – aveva statuito come esso consentisse di “rendere apponibile erga omnes l’effetto di destinazione, in forza del quale insorge a vantaggio del beneficiario un diritto di credito (personale e non in re) a che il bene trasferito e i suoi frutti siano conservati alla destinazione impressa, diritto pienamente opponibile ai terzi che abbiano trascritto il proprio atto di acquisto del cespite destinato successivamente alla trascrizione del vincolo di destinazione” (cfr. Tribunale di Reggio Emilia, Sez. Fallimentare, decreto del 27 gennaio 2014).

La lettera dell’art. 2645-ter c.c. dispone, infatti, l’obbligatoria trascrizione degli atti di destinazione al fine di rendere opponibili ai terzi il vincolo, difendendo il conseguente effetto separativo.

Tale dizione induce a ritenere che la trascrizione abbia ad oggetto l’effetto, cioè il vincolo di destinazione, e non l’atto di destinazione.

Sul punto, dottrina e giurisprudenza prevalenti ritengono che la trascrizione sarebbe munita di una propria efficacia tipica, il cui fondamento risiede nel particolare meccanismo dell’art. 2644 c.c., applicabile esclusivamente agli atti elencati agli artt. 2643 c.c. e 2645 c.c., in forza dei quali prevale chi prima trascrive e non chi prima contrae.

L’art. 2643 c.c. opera quindi un’individuazione degli effetti, mentre l’art. 2645 c.c. rende eseguibile la trascrizione di atti e provvedimenti che, pur non identificandosi con i contratti oggetto dell’art. 2643 c.c., ne producono gli stessi effetti.

Interessante appare inoltre il rinvio effettuato dall’art. 2645-ter c.c. all’art. 2915 c.c., comma 1, in ordine alla risoluzione dei conflitti tra creditore pignorante e autore della destinazione-debitore.

Ebbene, facendo proprio il principio alla base del menzionato art. 2644, comma 2, anche l’art. 2915 c.c. fa valere la prevalenza di chi trascrive per primo in luogo dell’anteriorità della data certa dell’atto.

Ciò non può far altro che ritenere equiparabile l’effetto di separazione patrimoniale – a seguito della trascrizione del vincolo di destinazione – nei confronti dei creditori diversi dai creditori della destinazione a quello di inopponibilità che nasce dal pignoramento, potendo così affermare come entrambi gli effetti appaiano astrattamente idonei a spiegare efficacia nei confronti di successivi aventi causa dei beni destinati.

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La Guardia di Finanza lo scorso 07 luglio 2017 ha emesso la Circolare n. 210557 con la quale ha chiarito alcuni aspetti inerenti l’attuazione della Direttiva (UE) 849/2015 (c.d. IV Direttiva Antiriciclaggio) avvenuta per mezzo del D.Lgs. n. 90/2017, fornendo le direttive operative per l’attività delle Unità operative del Corpo in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

Tra i diversi argomenti affrontati nel documento di prassi rientra la disciplina delle sanzioni penali previste in caso di violazione degli obblighi antiriciclaggio contenute nell’art. 55 del nuovo D.Lgs. n. 231/2007, come sostituito dall’art. 5 del D.Lgs. n. 90/2017 (che ha riscritto l’intero titolo V del D.Lgs. n. 231/2007).

Secondo la Circolare in commento, lo scopo perseguito dal legislatore con la riforma delle sanzioni antiriciclaggio è quello di conformare il quadro normativo italiano ai più recenti orientamenti europei ed internazionali, secondo i quali i sistemi sanzionatori devono essere fondati su misure effettive, proporzionate e dissuasive, da applicare sia nei confronti di persone fisiche giuridiche responsabili delle violazioni, sia nei confronti degli organi di controllo degli enti che, con la loro condotta negligente o omissiva, abbiano agevolato o comunque reso possibile l’illecito.

Le fattispecie penali sono state quindi limitate alle ipotesi di gravi violazione degli obblighi di adeguata verifica e di conservazione, perpetrate attraverso frode o falsificazione, nonché del divieto di comunicazione dell’avvenuta segnalazione.

L’articolo 55 D.Lgs. 231/2007 prevede le seguenti sanzioni penali:

  1. reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa da 10.000 a 30.000 euro a carico del soggetto che, essendo tenuto all’osservanza degli obblighi di adeguata verifica ai sensi del presente decreto, falsifica i dati e le informazioni relative al cliente, al titolare effettivo, all’esecutore, allo scopo e alla natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale e all’operazione; alla medesima pena soggiace chi utilizza tali dati ed informazioni;
  2. reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa da 10.000 a 30.000 euro per chiunque, essendo tenuto all’osservanza degli obblighi di conservazione, acquisisce o conserva dati falsi o informazioni non veritiere sul cliente, sul titolare effettivo, sull’esecutore, sullo scopo e sulla natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale e sull’operazione ovvero si avvale di mezzi fraudolenti al fine di pregiudicare la corretta conservazione dei predetti dati e informazioni;
  3. reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa da 10.000 a 30.000 euro a carico del soggetto che, essendo obbligato a fornire i dati e le informazioni necessarie ai fini dell’adeguata verifica della clientela, fornisce dati falsi o informazioni non veritiere;
  4. arresto da 6 mesi a 1 anno e ammenda da 5.000 a 30.000 euro per chi viola il divieto di comunicazione dell’avvenuta effettuazione di una segnalazione di operazione sospetta;
  5. reclusione da uno a cinque anni e multa da 310 euro a 1.550 euro per chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi; alla stessa pena soggiace chi indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi.

Con riferimento al procedimento sanzionatorio, la Circolare n. 210557/ 2017 rimanda per gli aspetti di carattere generale alla circolare n. 83607 del 19 marzo 2012 emessa dal Comando Generale – III Reparto Operazioni della Guardia di Finanza.

Una volta conclusa la procedura di verifica ed individuata una violazione, i verbali di contestazione sono trasmessi dalla Guardia di Finanza all’amministrazione competente per la definizione del procedimento sanzionatorio tramite posta elettronica certificata.

Dalla ricezione della contestazione comincia a decorrere per l’Amministrazione competente il termine di due anni per la conclusione del procedimento sanzionatorio, prorogato di ulteriori 6 mesi nel caso di formale richiesta da parte dell’interessato di essere sentito nel corso del procedimento stesso.

Alle sanzioni amministrative antiriciclaggio risultano applicabili i principi generali e gli istituti disciplinati dalla Legge n. 689/1981 per quanto compatibili; in particolare è prevista la possibilità di avvalersi dell’istituto dell’oblazione di cui all’art. 16 della predetta legge in relazione alle violazioni di cui agli articoli 49 e 51 D.Lgs. 231/2007, il cui importo non sia superiore a 250.000 euro ed a condizione che il soggetto verbalizzato non si sia già avvalso della medesima facoltà nell’anno precedente alla ricezione dell’atto di contestazione concernente l’illecito per cui si procede; inoltre è stata espressamente riconosciuta, nell’articolo 67 comma 3 D.Lgs. 231/2007, l’applicazione delle disposizioni contenute negli articoli 8 e 8 bis della legge 689/1981 in materia di cumulo giuridico e reiterazione delle violazioni.

L’articolo 67 del D.Lgs. n. 231/2007 prevede espressamente i criteri cui il Ministero dell’economia e delle finanze, nonché le Autorità di vigilanza di settore devono attenersi nel graduare l’entità della sanzione da irrogare per le varie tipologie di violazioni.

In particolare, devono essere considerate le seguenti circostanze:

  1. la gravità e la durata della violazione;
  2. il grado di responsabilità e la capacità finanziaria della persona fisica o giuridica;
  3. l’entità del vantaggio ottenuto e del pregiudizio cagionato a terzi;
  4. il livello di cooperazione fornito alle autorità competenti;
  5. l’adozione di misure adeguate di valutazione e mitigazione del rischio;
  6. le precedenti violazioni alle disposizioni antiriciclaggio.

Sono inoltre previste dall’art. 68 D.lgs. 231/2007 ipotesi di applicazione di sanzioni in misura ridotta, per favorire l’adempimento spontaneo delle obbligazioni derivanti dall’irrogazione delle sanzioni previste dalla normativa antiriciclaggio, in relazione ai procedimenti rientranti nella competenza del Ministero dell’economia e delle finanze.

Per usufruire della prevista riduzione, pari a un terzo della sanzione concretamente irrogata, il destinatario del provvedimento può chiedere al predetto Ministero di pagare la sanzione in misura ridotta prima della scadenza del termine previsto per l’impugnazione del decreto che la irroga.

La Circolare n. 210557/2017 conclude sottolineando l’importanza, per le Unità operative della Guardia di Finanza, di procedere ad un ricostruzione dettagliata dei comportamenti illeciti sui quali si fondano le violazioni contestate, ponendo in evidenza, in modo chiaro ed univoco, gli elementi informativi necessari per una corretta determinazione dell’importo della pena pecuniaria, in attuazione dei criteri previsti dal D.Lgs. 231/2007, che, si rammenta, si pongono in rapporto di specialità rispetto alle disposizioni generali in materia contenute nell’art. 11 della legge n. 689/1981.

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Avv. Luigi Ferrajoli 16 novembre 2017

La tassa sui rifiuti torna a far parlare di sé, ma questa volta la notizia è davvero clamorosa.

Con l’interrogazione parlamentare n. 5-10764 proposta dal deputato Giuseppe L’Abbate è stato chiesto di verificare se la quota variabile TARI debba essere calcolata una sola volta per tipologia di occupazione, ad esempio per una utenza domestica, pur se questa risulti costituita da più superfici.

Secondo quanto emerso dall’interrogazione, infatti, la maggior parte dei Comuni avrebbe per anni errato nella determinazione del tributo determinando importi maggiori rispetto a quelli effettivamente dovuti.

La notizia lascia presagire gravissime ripercussioni nelle casse dei Comuni italiani i quali dovranno prepararsi a una pioggia di istanze di rimborso da parte dei cittadini.

Andando con ordine, è bene chiarire che l’imposta sui rifiuti è dovuta da qualsiasi soggetto che possieda o detenga a qualsiasi titolo locali, ossia strutture fissate al terreno e chiuse minimo su tre lati, ovvero aree scoperte, (superfici prive di edifici o di strutture edilizie che non costituiscono parte integrante del locale, adibiti a qualsiasi uso, che producono rifiuti urbani e assimilati) che siano potenzialmente in grado di produrre rifiuti.

Diversamente, la Tari non è applicata su:

  • aree scoperte di pertinenza o accessorie a civili abitazioni, quali balconi, terrazze scoperte, posti auto scoperti, cortili, giardini e parchi;
  • aree scoperte di pertinenza o accessorie a locali tassabili fatta eccezione per le aree scoperte operative;
  • aree comuni condominiali non detenute o occupate in via esclusiva (androni, scale, ascensori, stenditoi o altri luoghi di passaggio o di utilizzo comune tra i condomini).

Con specifico riferimento alla modalità di determinazione della tariffa, l’ammontare dell’imposta dovuta è determinato in base a due distinte componenti: da un lato, da una quota fissa determinata in ragione dei metri quadri dell’immobile; dall’altro lato, da una quota variabile rapportata al numero dei componenti del nucleo familiare.

La regola generale per il calcolo della quota variabile della Tari sull’abitazione e sulle pertinenze è contenuta nel punto 4.2 dell’allegato 1 al D.P.R. 158/1999, nel quale è previsto che “la parte variabile ΣTV, invece, dipende dai quantitativi di rifiuti prodotti dalla singola utenza.

Ed proprio in relazione a tale ultimo aspetto che sono emerse le maggiori criticità. Se così fosse, alcuni Comuni, fin dall’introduzione della Tari avrebbero calcolato illegittimamente il tributo, dividendo l’abitazione dalle sue pertinenze e applicando ad ognuna di esse la quota variabile, senza considerare che tale quota dovrebbe essere associata al numero degli occupanti e, pertanto, una sola volta in base all’intera utenza e non in relazione anche alle pertinenze.

In base a tale calcolo il contribuente si è visto costretto a corrispondere addirittura il doppio rispetto al dovuto.

Del resto, come chiarito dal MEF in risposta all’interrogazione parlamentare, “se una singola utenza è composta da un appartamento, un garage e una cantina, la parte variabile va considerata una sola volta e, di conseguenza, un diverso modus operandi da parte dei comuni non trova alcun supporto normativo.”

La quota variabile non risulta dunque legata all’immobile, bensì all’utenza comprensiva delle pertinenze, diversamente, ad esempio, dalle aliquote IMU che invece considerano l’unità immobiliare in senso catastale.

In altri termini, qualora l’abitazione abbia anche delle pertinenze (come la cantina o il garage), la loro superficie deve essere sommata a quella dell’abitazione principale e, una volta compiuta tale operazione, sarà possibile procedere all’applicazione delle tariffe.

Come chiarito dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, “si tratta di un’errata comprensione della legge di primo livello, secondo la quale la Tari, per la parte variabile, va applicata soltanto all’abitazione e non anche alle pertinenze”, ragion per cui i cittadini che hanno pagato di più di quanto effettivamente dovuto dovranno essere rimborsati.

In attesa che sia emanata la circolare con gli opportuni chiarimenti, oltre al danno potrebbe presentarsi anche la beffa atteso che, nonostante nei prossimi anni i contribuenti che finora hanno pagato di più di quanto dovuto si vedranno limare la tassa sui rifiuti, è stato preannunciato che tale onere graverà sul resto dei cittadini.

Appare dunque di fondamentale importanza che i cittadini proprietari di unità immobiliari si attivino per controllare attentamente se sull’avviso di pagamento la quota Tari sia stata dettagliata nella componente variabile addebitando quote anche per le pertinenze (conteggiate separatamente più volte). In tal caso, sarà possibile procedere per la richiesta di rimborso della quota di tributo non dovuta al proprio Comune, mentre, nel caso di riscossione esternalizzata della tassa rifiuti, l’istanza dovrà essere presentata al soggetto terzo. Diversamente, qualora l’avviso di pagamento non contenga alcun dettaglio, sarà opportuno verificare le modalità di calcolo della quota variabile indicate nel regolamento comunale sulla Tari.

Si tenga conto che la richiesta di rimborso potrà essere effettuata entro il termine di prescrizione del diritto, ossia cinque anni e, in caso di diniego espresso da parte del Comune, sarà possibile presentare ricorso avverso tale provvedimento (valutandone opportunamente i presupposti) alla competente Commissione Tributaria Provinciale entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione del diniego.

Qualora, invece, l’Ente comunale ometta di riscontrare la richiesta di rimborso, trascorsi 90 giorni dalla presentazione dell’istanza, sarà possibile impugnare il silenzio-rifiuto dell’amministrazione, sempre innanzi alla CTP, entro i 60 giorni dalla formazione del silenzio.

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Avv. Luigi Ferrajoli 9 novembre 2017

La recente riforma della normativa antiriciclaggio non ha risolto la vexata quaestio dell’applicabilità – nel caso di contestazione di uno degli illeciti amministrativi previsti dall’odierno testo degli articoli 56 e ss. del D.lgs. 231/07 – alle persone giuridiche, destinatarie degli obblighi antiriciclaggio, di un duplice profilo di responsabilità: da “organizzazione”, a norma del D.lgs. 231/01, in relazione alla commissione dei delitti di ricettazione, riciclaggio, reimpiego e autoriciclaggio, ovvero a titolo “solidale”, in applicazione del generale principio sancito all’art. 6, comma 3, della Legge n. 689/1981.

Rimane, infatti, da sciogliere il citato nodo problematico, conseguenza – voluta o inconsapevole – dello storico difetto di compenetrazione tra la normativa 231 e gli altri ambiti del diritto interno.

A tal riguardo, sorge naturale interrogarsi su quali possibilità siano riconosciute ai soggetti obbligati – a norma dell’art. 3 del D.lgs. 231/07 (come novellato dal D.lgs. 25 maggio 2017, n. 90) – di evitare l’estensione solidale a loro danno delle sanzioni amministrative comminate ai sensi del Capo II della “legge antiriciclaggio”, attraverso la scrupolosa previsione e compiuta attuazione di modelli organizzativi che, per la specifica natura dell’adottante e in parte prescindendo dai reati presupposti dalla normativa 231, siano orientati proprio alla prevenzione degli illeciti contemplati dalla normativa antiriciclaggio.

In proposito, un fondamentale contributo al nostro ragionamento è offerto dall’analisi del principio di responsabilità solidale nelle sanzioni amministrative condotta dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 22082, depositata il 22 settembre 2017.

I giudici di legittimità, nella richiamata pronuncia, hanno chiarito, in linea generale, come il meccanismo di cui all’articolo 6, comma 3, della Legge 689/81 più che operare in funzione recuperatoria delle somme dovute dall’autore del fatto illecito, tenda ad amplificare le capacità di reazione ed afflittive del sistema sanzionatorio.

Nel disegnare il perimetro applicativo del principio di diritto in commento, la Corte di Cassazione ha, difatti, affermato che “all’interno del sistema dell’illecito amministrativo la solidarietà prevista dalla legge n.689 del 1981, art. 6, non si limita ad assolvere una funzione di sola garanzia, ma persegue anche uno scopo pubblicistico di deterrenza generale nei confronti di quanti, persone fisiche o enti, abbiano interagito col trasgressore, rendendo possibile la violazione”.

L’interpretazione in commento, specie se analizzata alla luce dell’impianto sanzionatorio contemplato dal D.lgs. 231/07, sembra essere stata trascurata dai lavori parlamentari che hanno condotto all’adozione del citato D.lgs. 90 del 2017 (legge di riforma della normativa antiriciclaggio).

Nel testo proposto all’esame del legislatore, era stato, difatti, richiesto che in caso di omessa segnalazione di operazioni sospette da parte di enti le relative sanzioni fossero inferte alle sole persone giuridiche, ritenendo la proposta impostazione coerente con il generale impianto proporzionato e dissuasivo del sistema sanzionatorio post-riforma, rifuggendo ipotesi di commina a dipendenti e persone fisiche di sanzioni pecuniarie sproporzionate alla negligenza della loro condotta e, in ogni caso, da loro insostenibili sotto il profilo economico.

L’art. 58, comma 3, prescindendo dai citati principi dei relativi lavori parlamentari e, in ogni caso, non risolvendo la menzionata dicotomia con l’impianto sanzionatorio para-penale ex 231/01, ha previsto, nei casi di omessa segnalazione di operazioni sospette, l’applicazione delle sanzioni al “personale (…) tenuto alla comunicazione o alla segnalazione (…) e responsabile, in via esclusiva o concorrente, con l’ente presso cui opera”.

La portata pratica della quaestio in trattazione appare ancora più evidente se parametrata al rischio di riciclaggio a cui sono endemicamente esposti gli intermediari finanziari ovvero se concretamente applicata, aldilà di affascinanti astrazioni, ai processi decisionali interni che devono portare all’adozione di idonei strumenti, magari coerenti ed univoci, che preservando l’ente dalle responsabilità para-penali contemplate dal D.lgs. 231/01 lo tutelino da chiamate in “correità solidale”, nel caso di contestazione di uno o più illeciti contemplati dagli artt. 56 e ss del D.lgs. 231/07.

La naturale possibilità di trovarsi al centro di complessi fenomeni di riciclaggio, di matrice transnazionale, espone gli intermediari finanziari ad ulteriori rischi in termini di perdita di reputazione e, conseguenzialmente, di clientela.

Sul rischio reputazionale si era, invero, già espressa la Banca d’Italia che, con il c.d. “Decalogo-ter” contro il riciclaggio del 12 gennaio 2001, aveva sottolineato, tra l’altro, l’importanza per un intermediario finanziario di un efficace assetto organizzativo e di scrupolosi controlli interni per evitare l’utilizzo di meccanismi finanziari per operazioni di riciclaggio.

Il menzionato “approccio basato sul rischio riciclaggio” – lo stesso, d’altra parte, che anima la predisposizione dei modelli organizzativi d’impresa ex 231/01 – deve, dunque, orientare gli intermediari nell’adozione di idonei strumenti di “profilatura” della clientela, attraverso l’operatività di veri e propri sistemi di “rating antiriciclaggio”, basati sulla storia del cliente e sulla sua quotidiana operatività.

De iure condito, potrebbe, pertanto, essere auspicabile – anche allo scopo di evitare ridondanti sovrapposizioni di modelli organizzativi, che spesso si traducono in appesantimenti burocratici imposti alla clientela ovvero in disposizioni prive di pratica attuazione negli ordinari processi di lavoro – che gli intermediari finanziari si dotassero di modelli organizzativi, ai sensi della normativa 231/01, orientati al rispetto della normativa antiriciclaggio, in tal modo tutelandosi, con un unico adempimento, da profili di responsabilità da organizzazione (nel caso della commissione di uno o più dei reati presupposto ex 231/01) e dalla responsabilità solidale di cui al richiamato art 6, comma 3, della Legge 689/81 (nel caso di contestazione di uno di uno o più illeciti disegnati dagli artt. 56 e ss del D.lgs. 231/07).

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Il D.lgs. 15 settembre 2017, n. 145, ha introdotto l’obbligo in Italia di indicazione sull’etichettatura dei prodotti alimentari pre-imballati della sede e dell’indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di quello ove avviene il confezionamento.

Il provvedimento, pubblicato in gazzetta ufficiale il 7 ottobre scorso e che esplicherà la sua piena efficacia il 5 aprile 2018, ha previsto un periodo transitorio di 180 giorni per consentire agli Operatori del Settore Alimentare lo smaltimento delle etichettature già stampate e applicate ai prodotti immessi in commercio.

La norma in commento – concepita per ampliare le garanzie informative del consumatore e abbreviare i tempi di risposta in caso di crisi alimentare – ha suscitato non poche polemiche per l’asserita reintroduzione di un obbligo superato dall’organica disciplina della materia a suo tempo introdotta dal Regolamento UE n.1169/2011.

Le sanzioni per mancata indicazione del luogo di produzione o di confezionamento, difatti, originariamente contemplate dal D.lgs. n. 109/92, erano state abrogate nel dicembre del 2014 dalla piena entrata in vigore del Regolamento n.1169/2011, che era finalmente riuscito a stabilire regole comuni sull’immissione in commercio dei prodotti agroalimentari, che potessero agevolarne la libera circolazione.

Il D.lgs. di recente promulgazione prevede, tuttavia, talune eccezioni ai predetti obblighi di etichettatura, principalmente riferite al vino et similia, prevedendo, altresì, la non applicazione della novella in commento ai prodotti alimentari:

  1. la cui sede di produzione o, se diversa, di confezionamento coincide con quella dell’operatore responsabile;
  2. che riportano in confezione un marchio di identificazione o una bollatura sanitaria;
  3. per i quali l’indicazione dello stabilimento risulta già presente nella denominazione del marchio.

E’ evidente che gli obblighi introdotti determineranno sensibili costi aggiuntivi per gli operatori nazionali del settore alimentare, gravando – in particolare – sugli importatori di prodotti alimentari che si troveranno costretti ad esplicitare l’indicazione del luogo di produzione o di confezionamento di un prodotto, proveniente da territorio estero ed introdotto, per la successiva commercializzazione, in Italia.

Prescindendo da tali aspetti, la norma in commento sembra riproporre l’annosa questione della responsabilità degli adempimenti in materia di etichettatura, già affrontata dalla dottrina all’indomani dell’entrata in vigore del più volte menzionato Reg. UE n. 1169/2011.

La descritta evenienza conferma la complessità della disciplina che regola la produzione e commercializzazione dei prodotti alimentari: partendo dalle disposizioni specifiche applicabili agli alimenti in particolari circostanze o a particolari gruppi di alimenti, passando dalla corretta interpretazione della normativa comunitaria orizzontale e verticale riguardante taluni settori, il tutto da coordinare con la normativa nazionale di attuazione.

La situazione non è semplificata dall’analisi delle diverse finalità dell’etichettatura, che non vanno perse di vista per capire gli scopi del quadro normativo e regolamentare di riferimento e, elemento non di dettaglio, per comprenderne appieno la portata applicativa: dalla sfera dell’etichettatura nutrizionale a quella che presiede la regolazione delle allergie e delle intolleranze, senza trascurare la necessaria indicazione dell’origine degli alimenti e il giusto bilanciamento tra previsioni informative di carattere obbligatorio e volontario.

Con il Regolamento UE 1169/2011, all’art. 8.1., si sancisce la responsabilità del soggetto con il cui nome o ragione sociale è commercializzato il prodotto alimentare.

Come chiarito dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Commissione Europea, coerentemente con le disposizioni del “Pacchetto Igiene” contemplato nel Regolamento CE 178/02, la responsabilità per le informazioni sul prodotto va a ricadere su colui il quale ha il potere di manipolare in modo definitivo e determinante le indicazioni sullo stesso e che, pertanto, deve comparire con il proprio marchio/nome/ragione sociale e indirizzo.

La citata chiave interpretativa in tema di responsabilità, anche in ragione della progressiva diffusione di produzioni in conto terzi, non offre concreta soluzione all’eterogenea casistica in materia e non aiuta nell’individuazione di idonee misure di tutela nei casi di frode commerciale ove – come intuibile – non può non essere chiamato in causa anche colui che lavora in regime di private label.

 

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