Avv. Luigi Ferrajoli 24 agosto 2016

La legge n. 112/2016, pubblicata lo scorso 24 giugno 2016, tocca la sensibilità dell’opinione pubblica e risponde all’esigenza di inserire nel nostro ordinamento nuove forme di assistenza per le persone affette da disabilità grave prive di un adeguato sostegno familiare, in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di fornire l’adeguato sostegno genitoriale, nonché in vista del venire meno del supporto familiare assicurato dai medesimi.

La legge sul “Dopo di Noi” assume primariamente una chiara valenza etica e sociale essendo “volta a favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità” in attuazione degli art. 2, 3, 30, 32 e 38 della Costituzione, degli articoli 24 e 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e degli art. 3 e 19 comma 1 lett. a) della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006.

Nel definire l’ambito di applicazione della presente normativa occorre chiarire che per disabilità “grave” si intende, secondo quanto stabilito dall’art. 3 comma 3 della L. n. 104/1992, una “minorazione, singola o plurima, (che) abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione”. La stessa L. n. 104/1992 stabilisce, altresì, le modalità da applicarsi al fine di condurre gli accertamenti relativi allo stato di minorazione e alla relativa necessità di un intervento assistenziale a carattere permanente.

È ben vero che la famiglia, da sempre, costituisce la prima forma di assistenza sociale verso chi non è in grado di svolgere le attività quotidiane in piena autosufficienza. Lo stesso art. 30 Cost. sancisce, infatti, che è “diritto e dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Continua la lettura »

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Con la sentenza n. 25815 del 22.06.2016, la Cassazione torna ad affrontare il tema del ne bis in idem, con particolare riferimento alla possibilità di ottenere dal giudice penale una sentenza di non luogo a procedere – ai sensi del combinato disposto degli artt. 129 e 649 c.p.p.- nei confronti di un soggetto a cui, per i medesimi fatti, sia già stata irrogata la sanzione amministrativa.
La questione trae origine dall’impugnazione di una sentenza di non luogo a procedere emessa dal Tribunale di Asti nei confronti di un soggetto accusato di omesso versamento dell’IVA al quale, per gli stessi fatti oggetto del procedimento, era stata comminata la sanzione amministrativa ex art. 13 D.Lgs. 471/97, ragione che induceva il giudice del merito ad applicare il principio contenuto nell’art. 649 c.p.p. in base al quale “l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto” .
Sul punto è doveroso premettere che, ai sensi dell’art. 21 del D.Lgs. 74/2000, l’Ufficio irroga le sanzioni amministrative relative alle violazioni tributarie oggetto di notizia di reato in ottemperanza al principio di specialità di cui all’art. 19 D.Lgs. 74/2000 secondo cui “quando uno stesso fatto è punito da una delle disposizioni del titolo II e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, si applica la disposizione speciale”. Appare evidente quale sia il fine perseguito dalla disposizione, ovverosia garantire l’attuazione del divieto di ne bis in idem “sostanziale” evitando che la medesima condotta possa determinare in capo allo stesso soggetto l’irrogazione di diverse sanzioni. Continua la lettura »

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Negli ultimi anni si è assistito ad una considerevole proliferazione della costituzione di fondi patrimoniali da parte di coniugi desiderosi di tutelare la propria famiglia da eventi imprevisti idonei a mettere a repentaglio l’integrità patrimoniale.

Invero, grazie alla costituzione del fondo, istituto disciplinato dagli artt. 167-171 c.c., i debiti contratti dai coniugi per finalità speculativo-imprenditoriali non sono suscettibili di intaccare le risorse destinate ad affrontare i bisogni della famiglia.

Ciò nonostante, nella prassi può accadere che, il ricorso a tale strumento giuridico sia strettamente connesso alla commissione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all’art. 11 del D.Lgs. n. 74/00 che, come recentemente modificato, sancisce la punibilità di colui il quale, “al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva”.

A tal proposito, si è recentemente pronunciata, con la sentenza n. 9154 del 4 marzo 2016, la Terza Sezione penale della Cassazione la quale ha specificato che il menzionato reato non è configurabile qualora il restante patrimonio non conferito nel fondo patrimoniale sia sufficiente a coprire la pretesa erariale.

Nel caso esaminato dalla Corte di legittimità, al legale rappresentante di una S.p.a. erano notificati due avvisi di accertamento: il primo, era definito in sede di conciliazione; il secondo veniva invece impugnato innanzi alla CTP.

Nelle more del giudizio tributario, il rappresentante legale della anzidetta società aveva costituito con la moglie un fondo patrimoniale su cui il Gip del Tribunale di Imperia aveva successivamente disposto il sequestro preventivo dei beni immobiliari del marito, ritenendo la costituzione del fondo rilevante ai sensi dell’art. 11 del D.Lgs. n. 74/00 poiché finalizzata ad eludere due atti di accertamento notificati in precedenza al marito. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 20 giugno 2016

Con l’emanazione del d.lgs. n. 158 del 2015 il Governo ha attuato la revisione del sistema sanzionatorio penale tributario (Titolo Primo della novella legislativa) e del sistema sanzionatorio amministrativo (Titolo Secondo). L’intervento legislativo, la cui entrata in vigore inizialmente prevista per il 1° gennaio 2017 è stata anticipata dalla Legge di Stabilità 2016 (Legge n. 208 del 2015) al 1° gennaio 2016, ha posto sin da subito problematiche di successione delle norme nel tempo in relazione  agli atti di irrogazione delle sanzioni emessi nella vigenza della previgente disciplina ma non ancora divenuti definitivi. In particolare, si è posto il problema per il contribuente di dovere impugnare provvedimenti sanzionatori ritenuti illegittimi alla luce della sopravvenuta disciplina solo per vedersi riconoscere gli effetti più favorevoli previsti dalla novella legislativa.

La Circolare ministeriale n. 4/E del 4 marzo 2016 ha consentito all’Agenzia delle Entrate di dissipare alcuni di questi dubbi fornendo risposta ai quesiti più controversi.

La normativa di riferimento alla luce delle indicazioni di prassi fornite dall’Agenzia delle entrate.

Il principio del favor rei in ambito tributario è previsto dall’art. 3 del d.lgs. n. 472 del 1997 recante disposizioni  generali  in  materia  di  sanzioni  amministrative per le violazioni di norme tributarie, il quale dopo avere disposto al primo comma che “nessuno può essere assoggettato a sanzioni se non in forza di una legge entrata in vigore prima della commissione della violazione” in attuazione del principio di legalità, prevede che: “salvo diversa previsione di legge, nessuno può  essere  assoggettato  a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile. Se la sanzione è già stata irrogata con provvedimento definitivo il debito residuo si estingue, ma non è ammessa ripetizione di quanto pagato. Se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la  violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si applica la legge più favorevole, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo”. Continua la lettura »

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La Corte di Cassazione torna di nuovo a occuparsi della questione relativa alla decorrenza del termine di prescrizione dell’azione revocatoria nel caso di costituzione di un fondo patrimoniale.

Nella fattispecie in esame, due coniugi in data 20.04.1999 avevano costituito un fondo patrimoniale con atto notarile, conferendo nel medesimo il diritto di usufrutto spettante su alcuni beni immobili e terreni, che veniva annotato a margine dell’atto di matrimonio solamente il successivo 1.10.2003.

In data 22.09.2003 il marito si accollava debiti per euro 2.500.000.

Sennonché in seguito la Banca conveniva in giudizio i due coniugi per ottenere la condanna degli stessi al pagamento della somma summenzionata e per la revoca dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale, poiché tale atto aveva consentito di sottrarre parte dei beni di proprietà dei convenuti che dovevano viceversa garantire il creditore dall’adempimento dell’accollo.

Il giudice di prime cure accoglieva la domanda di condanna della Banca nei confronti del solo marito e dichiarava l’inefficacia dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale.

La Corte di Appello territorialmente competente rigettava l’impugnazione, affermando che l’atto di costituzione del fondo patrimoniale stipulato in data 20.04.1999 era divenuto effettivamente opponibile ai terzi soltanto in seguito all’annotazione a margine dell’atto di matrimonio avvenuta in data 1.10.2003.

Ne conseguiva che la costituzione del fondo patrimoniale era da ritenersi posteriore rispetto al sorgere del credito, in quanto solo con l’assunzione del debito l’atto era divenuto opponibile ai terzi. La Corte precisava, altresì, che la data rilevante, ai fini della valutazione delle condizioni per l’esercizio dell’azione revocatoria, fosse quella in cui l’atto di costituzione del fondo patrimoniale era stata annotata a margine dell’atto di matrimonio.

La Suprema Corte, con sentenza n. 5889 depositata in data 24.03.2016 rigettava il ricorso proposto dai coniugi e li condannava al pagamento delle spese di lite, aderendo alla tesi della Corte di merito in ordine alla prescrizione dell’azione revocatoria del fondo patrimoniale.

Secondo quanto statuito dal giudice di legittimità, che ha ripreso un principio giurisprudenziale già consolidato dalle stesse Sezioni Unite, il fondo patrimoniale deve essere considerato una convenzione matrimoniale e, pertanto, la costituzione del medesimo è soggetta alle disposizioni previste dall’art. 162, comma 4, c.c., che ne “condiziona l’opponibilità ai terzi all’annotazione del relativo contratto a margine dell’atto di matrimonio” (Corte Cass. n. 21658/09).

Viceversa, la trascrizione dell’atto di costituzione di fondo patrimoniale nei pubblici registri immobiliari, ai sensi dell’art. 2647 c.c., “resta degradata a mera pubblicità-notizia, inidonea a sopperire al difetto di annotazione nei registri dello stato civile, che non ammette deroghe, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti della costituzione del fondo” (Cass. Civ. n. 27854/13).

Ne consegue che il termine di prescrizione previsto dall’art. 2903 c.c. “in cinque anni dalla data dell’atto” debba essere interpretato, secondo la giurisprudenza consolidata, nel senso che decorre dal giorno della pubblicità a terzi dell’atto. Tale momento va individuato nella annotazione a margine dell’atto di matrimonio, che è il giorno in cui l’atto divenuta opponibile ai terzi, circostanza non avvenuta nel caso oggetto di esame.

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L’art. 13 del d.lgs. n. 74/2000 è stato sostituito ad opera dell’art. 11 del d.lgs. n. 158/2015, ed è oggi rubricato: ”Causa di non punibilità. Pagamento del debito tributario”. La nuova norma prevede, al comma 1, che i reati di omesso versamento di cui agli artt. 10-bis e 10-ter e di indebita compensazione di cui all’art. 10-quater  del d.lgs. n. 74/2000 non sono punibili qualora, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento  di primo grado, i debiti tributari, comprensivi di sanzioni amministrative e interessi, vengano estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso. Tale disposizione va letta in combinato disposto con il terzo comma, in base al quale, quando (prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado) il debito tributario sia in fase di estinzione mediante rateizzazione, il giudice deve concedere un termine di tre mesi, prorogabile al massimo di ulteriori tre mesi, per consentire il pagamento del debito tributario residuo. La relazione ministeriale alla legge di riforma ha individuato la ratio della norma nella “scelta di concedere al contribuente la possibilità di eliminare la rilevanza penale della propria condotta attraverso una piena soddisfazione dell’erario prima del processo penale: in questi casi infatti il contribuente ha correttamente indicato il proprio debito, risultando in seguito inadempiente; il successivo adempimento, pur non spontaneo, rende sufficiente il ricorso alle sanzioni amministrative”.

Il Tribunale di Treviso con ordinanza del 23.02.2016 ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 3, d.lgs. n. 74/2000, come riformulato dal d.lgs. n. 158/2015, in quanto tale previsione – ed in particolare l’imposizione di un termine rigido di tre o sei mesi per completare l’estinzione del debito tributario, e quindi godere della causa di non punibilità per il reato fiscale – sarebbe in contrasto con gli articoli 3 e 24 della Costituzione. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 28 aprile 2016

Il trust autodichiarato di natura liquidatoria è da qualche anno uno strumento utilizzato dagli imprenditori per comporre in via stragiudiziale la crisi di impresa ed è stato oggetto di diverse pronunce della giurisprudenza di merito e di legittimità, oltre che del dibattito dottrinale.

Al riguardo si segnala lo Studio n. 305/2015 pubblicato dal Consiglio Nazionale del Notariato che offre sull’argomento diversi spunti di riflessione utili sia ai professionisti (essendo indirizzato ovviamente ai notai) ma anche ai privati che volessero cimentarsi nell’istituzione di un trust liquidatorio.

Nel documento si distinguono diverse tipologie di trust liquidatorio, a seconda della gravità della crisi attraversata dall’impresa e della finalità, più o meno lecita, della forma di trust adottato:

1) trust “protettivo”, istituito in via preventiva quando l’impresa è ancora in bonis, con cui l’imprenditore destina alcuni beni alla soddisfazione di uno o più creditori individuati al fine di rassicurarli ed evitare eventuali azioni esecutive su beni necessari per proseguitre l’attività;

2) trust “di salvataggio”, istituito in presenza di una crisi superabile, finalizzato ad evitare il fallimento ed a favorire soluzioni alternative e che può prevedere anche il conferimento di beni personali dell’imprenditore;

3) trust “puramente liquidatorio”, finalizzato a realizzare la liquidazione dell’impresa sotto il controllo del trustee;

4) trust “falsamente liquidatorio”, istituito in presenza di una crisi irreversibile e finalizzato ad ostacolare il soddisfacimento dei creditori e posticipare il fallimento.

La suddivisione nelle richiamate categorie si ritrova anche nella giurisprudenza che si è occupata dell’argomento.

In particolare, il Tribunale di Forlì con la pronuncia del 5 febbraio 2015 si è espresso in tema di trust di salvataggio statuendo che è meritevole il trust liquidatorio con il quale il fideiussore di società, in procinto di presentare una domanda di concordato preventivo, apponga sui propri beni un vincolo di destinazione a favore dei creditori del concordato. Secondo il Giudice “Detto trust persegue, infatti, la finalità di rassicurare i creditori sulla non dispersione del patrimonio personale del fideiussore, e la segregazione (conseguente alla destinazione) non persegue il mero intento di distogliere dai creditori il patrimonio del disponente per renderlo inattaccabile ma quello di facilitare la procedura di concordato, assicurando ai creditori una parità di trattamento”. Continua la lettura »

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La Corte di Cassazione torna di nuovo ad occuparsi della questione relativa alla tardiva notificazione del decreto ingiuntivo, all’opposizione fondata sull’eccezione di inefficacia del medesimo e alla cognizione demandata al giudice.

Il problema è semplice: cosa accade se un decreto ingiuntivo viene notificato a parte debitrice oltre il termine di sessanta giorni previsto dalla legge, qualora tale circostanza venga eccepita da parte ingiunta?

Nel caso che ci occupa, il giudice di prime cure aveva revocato il decreto ingiuntivo emesso ai sensi dell’art. 614 c.p.c. e la Corte di Appello aveva successivamente rigettato l’impugnazione affermando che il decreto era divenuto inefficace, come eccepito dall’opponente in quanto tardivamente notificato che tale eccezione superava tutte le altre questioni di merito.

La Suprema Corte, con sentenza n. 3908 depositata in data 29.02.2016 ha accolto il ricorso proposto dal creditore cassando la sentenza della Corte di Appello e rinviando alla medesima Corte in diversa composizione.

Secondo quanto statuito dal giudice di legittimità infatti anche nell’ipotesi in cui il decreto ingiuntivo sia stato tardivamente notificato ai sensi dell’art. 644 c.p.c. lo stesso deve comunque qualificarsi come domanda giudiziale. Conseguenza di tale principio è che il giudice adito, in sede di contenzioso ordinario, dovrà provvedere non solo in ordine all’eccezione da parte debitrice, ma anche sulla fondatezza della pretesa azionata nel procedimento monitorio.

L’inosservanza del termine di notificazione da parte del creditore può dunque rilevare unicamente ai fini del provvedimento sulle spese processuali, nel senso che quelle relative all’ottenimento dell’ingiunzione dichiarata inefficace non potranno essere ripetute nei confronti dell’opponente.

Il principio nuovamente affermato dalla Corte di Cassazione dunque consiste nel fatto che, a seguito di opposizione a decreto ingiuntivo, viene instaurato un autonomo e ordinario giudizio di cognizione. Tale giudizio si soprappone al procedimento monitorio investendo così il giudice dell’opposizione del potere – dovere di statuire sulla domanda fatta valere da parte creditrice con ricorso per decreto ingiuntivo. Continua la lettura »

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Per un giovane professionista all’inizio della propria attività, che si approccia al regime di tassazione ordinaria una volta superati i limiti reddituali previsti per l’adesione ai regimi dei minimi o al nuovo regime forfetario, si pone l’annosa questione se i compensi percepiti in relazione alla propria attività professionale siano assoggettabili o meno all’Irap.

E se la risposta sembra semplice in relazione a situazioni in cui il giovane professionista si trovi ad operare nell’ambito di uno studio professionale riconducibile alla titolarità di un soggetto terzo, versando magari un canone di locazione per l’utilizzo della struttura, la situazione si complica quando il medesimo svolga ulteriori attività o cominci ad operare “in proprio”, senza l’ausilio di personale dipendente e con una limitata disponibilità di risorse.

Un aiuto nel comprendere i presupposti di applicabilità dell’Irap è offerto dalla giurisprudenza che si è più volte espressa in relazione alla rilevanza o meno ai fini Irap dello svolgimento di attività professionale, allargando o restringendo il campo di applicazione dell’imposta sulla base di criteri non sempre chiari.

L’argomento è spesso oggetto di trattazione anche da parte della Corte di Cassazione, che è recentemente tornata sul tema con l’ordinanza n. 4246 del 03 marzo 2016, nella quale ha ripercorso alcune importanti pronunce e chiarito alcuni fondamentali concetti.

In particolare, la Suprema Corte ha ribadito che l’Irap coinvolge una capacità produttiva “impersonale ed aggiuntiva” rispetto a quella propria del professionista (determinata dalla sua cultura e preparazione professionale) e colpisce un reddito che contenga una parte aggiuntiva di profitto, derivante da una struttura organizzativa “esterna”, cioè da “un complesso di fattori che, per numero, importanza e valore economico, siano suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al know-how del professionista (lavoro dei collaboratori e dipendenti, dal numero e grado di sofisticazione dei supporti tecnici e logistici, dalle prestazioni di terzi, da forme di finanziamento diretto ed indiretto etc.)“, cosicché è “il surplus di attività agevolata dalla struttura organizzativa che coadiuva ed integra il professionista…ad essere interessato dall’imposizione che colpisce l’incremento potenziale, o quid pluris, realizzabile rispetto alla produttività auto organizzata del solo lavoro personale” (Cass. sent. n. 15754/2008). Continua la lettura »

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In data 3 marzo 2016, l’Ufficio relazioni con i mezzi di informazione della Suprema Corte di Cassazione ha emesso un comunicato stampa rendendo noto che la Quinta Sezione Penale ha rimesso alle Sezioni Unite la questione, oggetto di contrasto giurisprudenziale, relativa alla punibilità o meno dei c.d. “falsi valutativi” in materia di falso in bilancio.

Come noto, con la legge n. 69 del 27 maggio 2015, il legislatore ha modificato la disciplina penale relativa alle false comunicazioni sociali (c.d. “falso in bilancio”), intervenendo sulle disposizioni frutto della precedente riforma di cui al D.lgs. n. 61 dell’11 aprile 2002, disciplinante gli illeciti penali e amministrativi delle società commerciali.

Con particolare riferimento alle false comunicazioni sociali nelle società non quotate di cui all’art. 2621 c.c. – come modificato dall’art. 9, comma 1, della legge di riforma -, il medesimo prevede ora la pena della reclusione da uno a cinque anni per “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori” che, con il dolo specifico di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o in altre comunicazioni previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, consapevolmente “espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, “in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

Il nodo centrale dell’interpretazione della presente disposizione che ha generato il contrasto giurisprudenziale soprarichiamato è rappresentato dalla riconducibilità entro l’attuale fattispecie dei falsi c.d. valutativi e, quindi, della eventuale rilevanza penale delle valutazioni scorrette inserite nelle scritture obbligatorie.

Nonostante tale tema avesse trovato definitiva risposta, in senso positivo, ad opera proprio della riforma del 2002 che aveva modificato il testo dell’art. 2621 c.c., attribuendo rilevanza penale ai “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni” e prevedendo, altresì, una particolare soglia di punibilità per le “valutazioni estimative”, la riforma del 2015 ha eliminato l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” nonché le soglie di punibilità e l’espresso riferimento alla rilevanza penale dei falsi valutativi in esse contenuto.

Va da sé che dall’entrata in vigore della novella, gli interpreti si sono domandati se, con riferimento ai “falsi valutativi”, fosse intervenuta una abolitio criminis, con effetti retroattivi relativi anche al giudicato penale ex art. 2, comma 2, c.p., oppure se si fosse trattato di una mera riformulazione lessicale tale da lasciare inalterata la tipicità della norma. Continua la lettura »

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