Avv. Luigi Ferrajoli 16 novembre 2017

La tassa sui rifiuti torna a far parlare di sé, ma questa volta la notizia è davvero clamorosa.

Con l’interrogazione parlamentare n. 5-10764 proposta dal deputato Giuseppe L’Abbate è stato chiesto di verificare se la quota variabile TARI debba essere calcolata una sola volta per tipologia di occupazione, ad esempio per una utenza domestica, pur se questa risulti costituita da più superfici.

Secondo quanto emerso dall’interrogazione, infatti, la maggior parte dei Comuni avrebbe per anni errato nella determinazione del tributo determinando importi maggiori rispetto a quelli effettivamente dovuti.

La notizia lascia presagire gravissime ripercussioni nelle casse dei Comuni italiani i quali dovranno prepararsi a una pioggia di istanze di rimborso da parte dei cittadini.

Andando con ordine, è bene chiarire che l’imposta sui rifiuti è dovuta da qualsiasi soggetto che possieda o detenga a qualsiasi titolo locali, ossia strutture fissate al terreno e chiuse minimo su tre lati, ovvero aree scoperte, (superfici prive di edifici o di strutture edilizie che non costituiscono parte integrante del locale, adibiti a qualsiasi uso, che producono rifiuti urbani e assimilati) che siano potenzialmente in grado di produrre rifiuti.

Diversamente, la Tari non è applicata su:

  • aree scoperte di pertinenza o accessorie a civili abitazioni, quali balconi, terrazze scoperte, posti auto scoperti, cortili, giardini e parchi;
  • aree scoperte di pertinenza o accessorie a locali tassabili fatta eccezione per le aree scoperte operative;
  • aree comuni condominiali non detenute o occupate in via esclusiva (androni, scale, ascensori, stenditoi o altri luoghi di passaggio o di utilizzo comune tra i condomini).

Con specifico riferimento alla modalità di determinazione della tariffa, l’ammontare dell’imposta dovuta è determinato in base a due distinte componenti: da un lato, da una quota fissa determinata in ragione dei metri quadri dell’immobile; dall’altro lato, da una quota variabile rapportata al numero dei componenti del nucleo familiare.

La regola generale per il calcolo della quota variabile della Tari sull’abitazione e sulle pertinenze è contenuta nel punto 4.2 dell’allegato 1 al D.P.R. 158/1999, nel quale è previsto che “la parte variabile ΣTV, invece, dipende dai quantitativi di rifiuti prodotti dalla singola utenza.

Ed proprio in relazione a tale ultimo aspetto che sono emerse le maggiori criticità. Se così fosse, alcuni Comuni, fin dall’introduzione della Tari avrebbero calcolato illegittimamente il tributo, dividendo l’abitazione dalle sue pertinenze e applicando ad ognuna di esse la quota variabile, senza considerare che tale quota dovrebbe essere associata al numero degli occupanti e, pertanto, una sola volta in base all’intera utenza e non in relazione anche alle pertinenze.

In base a tale calcolo il contribuente si è visto costretto a corrispondere addirittura il doppio rispetto al dovuto.

Del resto, come chiarito dal MEF in risposta all’interrogazione parlamentare, “se una singola utenza è composta da un appartamento, un garage e una cantina, la parte variabile va considerata una sola volta e, di conseguenza, un diverso modus operandi da parte dei comuni non trova alcun supporto normativo.”

La quota variabile non risulta dunque legata all’immobile, bensì all’utenza comprensiva delle pertinenze, diversamente, ad esempio, dalle aliquote IMU che invece considerano l’unità immobiliare in senso catastale.

In altri termini, qualora l’abitazione abbia anche delle pertinenze (come la cantina o il garage), la loro superficie deve essere sommata a quella dell’abitazione principale e, una volta compiuta tale operazione, sarà possibile procedere all’applicazione delle tariffe.

Come chiarito dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, “si tratta di un’errata comprensione della legge di primo livello, secondo la quale la Tari, per la parte variabile, va applicata soltanto all’abitazione e non anche alle pertinenze”, ragion per cui i cittadini che hanno pagato di più di quanto effettivamente dovuto dovranno essere rimborsati.

In attesa che sia emanata la circolare con gli opportuni chiarimenti, oltre al danno potrebbe presentarsi anche la beffa atteso che, nonostante nei prossimi anni i contribuenti che finora hanno pagato di più di quanto dovuto si vedranno limare la tassa sui rifiuti, è stato preannunciato che tale onere graverà sul resto dei cittadini.

Appare dunque di fondamentale importanza che i cittadini proprietari di unità immobiliari si attivino per controllare attentamente se sull’avviso di pagamento la quota Tari sia stata dettagliata nella componente variabile addebitando quote anche per le pertinenze (conteggiate separatamente più volte). In tal caso, sarà possibile procedere per la richiesta di rimborso della quota di tributo non dovuta al proprio Comune, mentre, nel caso di riscossione esternalizzata della tassa rifiuti, l’istanza dovrà essere presentata al soggetto terzo. Diversamente, qualora l’avviso di pagamento non contenga alcun dettaglio, sarà opportuno verificare le modalità di calcolo della quota variabile indicate nel regolamento comunale sulla Tari.

Si tenga conto che la richiesta di rimborso potrà essere effettuata entro il termine di prescrizione del diritto, ossia cinque anni e, in caso di diniego espresso da parte del Comune, sarà possibile presentare ricorso avverso tale provvedimento (valutandone opportunamente i presupposti) alla competente Commissione Tributaria Provinciale entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione del diniego.

Qualora, invece, l’Ente comunale ometta di riscontrare la richiesta di rimborso, trascorsi 90 giorni dalla presentazione dell’istanza, sarà possibile impugnare il silenzio-rifiuto dell’amministrazione, sempre innanzi alla CTP, entro i 60 giorni dalla formazione del silenzio.

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Avv. Luigi Ferrajoli 9 novembre 2017

La recente riforma della normativa antiriciclaggio non ha risolto la vexata quaestio dell’applicabilità – nel caso di contestazione di uno degli illeciti amministrativi previsti dall’odierno testo degli articoli 56 e ss. del D.lgs. 231/07 – alle persone giuridiche, destinatarie degli obblighi antiriciclaggio, di un duplice profilo di responsabilità: da “organizzazione”, a norma del D.lgs. 231/01, in relazione alla commissione dei delitti di ricettazione, riciclaggio, reimpiego e autoriciclaggio, ovvero a titolo “solidale”, in applicazione del generale principio sancito all’art. 6, comma 3, della Legge n. 689/1981.

Rimane, infatti, da sciogliere il citato nodo problematico, conseguenza – voluta o inconsapevole – dello storico difetto di compenetrazione tra la normativa 231 e gli altri ambiti del diritto interno.

A tal riguardo, sorge naturale interrogarsi su quali possibilità siano riconosciute ai soggetti obbligati – a norma dell’art. 3 del D.lgs. 231/07 (come novellato dal D.lgs. 25 maggio 2017, n. 90) – di evitare l’estensione solidale a loro danno delle sanzioni amministrative comminate ai sensi del Capo II della “legge antiriciclaggio”, attraverso la scrupolosa previsione e compiuta attuazione di modelli organizzativi che, per la specifica natura dell’adottante e in parte prescindendo dai reati presupposti dalla normativa 231, siano orientati proprio alla prevenzione degli illeciti contemplati dalla normativa antiriciclaggio.

In proposito, un fondamentale contributo al nostro ragionamento è offerto dall’analisi del principio di responsabilità solidale nelle sanzioni amministrative condotta dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 22082, depositata il 22 settembre 2017.

I giudici di legittimità, nella richiamata pronuncia, hanno chiarito, in linea generale, come il meccanismo di cui all’articolo 6, comma 3, della Legge 689/81 più che operare in funzione recuperatoria delle somme dovute dall’autore del fatto illecito, tenda ad amplificare le capacità di reazione ed afflittive del sistema sanzionatorio.

Nel disegnare il perimetro applicativo del principio di diritto in commento, la Corte di Cassazione ha, difatti, affermato che “all’interno del sistema dell’illecito amministrativo la solidarietà prevista dalla legge n.689 del 1981, art. 6, non si limita ad assolvere una funzione di sola garanzia, ma persegue anche uno scopo pubblicistico di deterrenza generale nei confronti di quanti, persone fisiche o enti, abbiano interagito col trasgressore, rendendo possibile la violazione”.

L’interpretazione in commento, specie se analizzata alla luce dell’impianto sanzionatorio contemplato dal D.lgs. 231/07, sembra essere stata trascurata dai lavori parlamentari che hanno condotto all’adozione del citato D.lgs. 90 del 2017 (legge di riforma della normativa antiriciclaggio).

Nel testo proposto all’esame del legislatore, era stato, difatti, richiesto che in caso di omessa segnalazione di operazioni sospette da parte di enti le relative sanzioni fossero inferte alle sole persone giuridiche, ritenendo la proposta impostazione coerente con il generale impianto proporzionato e dissuasivo del sistema sanzionatorio post-riforma, rifuggendo ipotesi di commina a dipendenti e persone fisiche di sanzioni pecuniarie sproporzionate alla negligenza della loro condotta e, in ogni caso, da loro insostenibili sotto il profilo economico.

L’art. 58, comma 3, prescindendo dai citati principi dei relativi lavori parlamentari e, in ogni caso, non risolvendo la menzionata dicotomia con l’impianto sanzionatorio para-penale ex 231/01, ha previsto, nei casi di omessa segnalazione di operazioni sospette, l’applicazione delle sanzioni al “personale (…) tenuto alla comunicazione o alla segnalazione (…) e responsabile, in via esclusiva o concorrente, con l’ente presso cui opera”.

La portata pratica della quaestio in trattazione appare ancora più evidente se parametrata al rischio di riciclaggio a cui sono endemicamente esposti gli intermediari finanziari ovvero se concretamente applicata, aldilà di affascinanti astrazioni, ai processi decisionali interni che devono portare all’adozione di idonei strumenti, magari coerenti ed univoci, che preservando l’ente dalle responsabilità para-penali contemplate dal D.lgs. 231/01 lo tutelino da chiamate in “correità solidale”, nel caso di contestazione di uno o più illeciti contemplati dagli artt. 56 e ss del D.lgs. 231/07.

La naturale possibilità di trovarsi al centro di complessi fenomeni di riciclaggio, di matrice transnazionale, espone gli intermediari finanziari ad ulteriori rischi in termini di perdita di reputazione e, conseguenzialmente, di clientela.

Sul rischio reputazionale si era, invero, già espressa la Banca d’Italia che, con il c.d. “Decalogo-ter” contro il riciclaggio del 12 gennaio 2001, aveva sottolineato, tra l’altro, l’importanza per un intermediario finanziario di un efficace assetto organizzativo e di scrupolosi controlli interni per evitare l’utilizzo di meccanismi finanziari per operazioni di riciclaggio.

Il menzionato “approccio basato sul rischio riciclaggio” – lo stesso, d’altra parte, che anima la predisposizione dei modelli organizzativi d’impresa ex 231/01 – deve, dunque, orientare gli intermediari nell’adozione di idonei strumenti di “profilatura” della clientela, attraverso l’operatività di veri e propri sistemi di “rating antiriciclaggio”, basati sulla storia del cliente e sulla sua quotidiana operatività.

De iure condito, potrebbe, pertanto, essere auspicabile – anche allo scopo di evitare ridondanti sovrapposizioni di modelli organizzativi, che spesso si traducono in appesantimenti burocratici imposti alla clientela ovvero in disposizioni prive di pratica attuazione negli ordinari processi di lavoro – che gli intermediari finanziari si dotassero di modelli organizzativi, ai sensi della normativa 231/01, orientati al rispetto della normativa antiriciclaggio, in tal modo tutelandosi, con un unico adempimento, da profili di responsabilità da organizzazione (nel caso della commissione di uno o più dei reati presupposto ex 231/01) e dalla responsabilità solidale di cui al richiamato art 6, comma 3, della Legge 689/81 (nel caso di contestazione di uno di uno o più illeciti disegnati dagli artt. 56 e ss del D.lgs. 231/07).

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Il D.lgs. 15 settembre 2017, n. 145, ha introdotto l’obbligo in Italia di indicazione sull’etichettatura dei prodotti alimentari pre-imballati della sede e dell’indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di quello ove avviene il confezionamento.

Il provvedimento, pubblicato in gazzetta ufficiale il 7 ottobre scorso e che esplicherà la sua piena efficacia il 5 aprile 2018, ha previsto un periodo transitorio di 180 giorni per consentire agli Operatori del Settore Alimentare lo smaltimento delle etichettature già stampate e applicate ai prodotti immessi in commercio.

La norma in commento – concepita per ampliare le garanzie informative del consumatore e abbreviare i tempi di risposta in caso di crisi alimentare – ha suscitato non poche polemiche per l’asserita reintroduzione di un obbligo superato dall’organica disciplina della materia a suo tempo introdotta dal Regolamento UE n.1169/2011.

Le sanzioni per mancata indicazione del luogo di produzione o di confezionamento, difatti, originariamente contemplate dal D.lgs. n. 109/92, erano state abrogate nel dicembre del 2014 dalla piena entrata in vigore del Regolamento n.1169/2011, che era finalmente riuscito a stabilire regole comuni sull’immissione in commercio dei prodotti agroalimentari, che potessero agevolarne la libera circolazione.

Il D.lgs. di recente promulgazione prevede, tuttavia, talune eccezioni ai predetti obblighi di etichettatura, principalmente riferite al vino et similia, prevedendo, altresì, la non applicazione della novella in commento ai prodotti alimentari:

  1. la cui sede di produzione o, se diversa, di confezionamento coincide con quella dell’operatore responsabile;
  2. che riportano in confezione un marchio di identificazione o una bollatura sanitaria;
  3. per i quali l’indicazione dello stabilimento risulta già presente nella denominazione del marchio.

E’ evidente che gli obblighi introdotti determineranno sensibili costi aggiuntivi per gli operatori nazionali del settore alimentare, gravando – in particolare – sugli importatori di prodotti alimentari che si troveranno costretti ad esplicitare l’indicazione del luogo di produzione o di confezionamento di un prodotto, proveniente da territorio estero ed introdotto, per la successiva commercializzazione, in Italia.

Prescindendo da tali aspetti, la norma in commento sembra riproporre l’annosa questione della responsabilità degli adempimenti in materia di etichettatura, già affrontata dalla dottrina all’indomani dell’entrata in vigore del più volte menzionato Reg. UE n. 1169/2011.

La descritta evenienza conferma la complessità della disciplina che regola la produzione e commercializzazione dei prodotti alimentari: partendo dalle disposizioni specifiche applicabili agli alimenti in particolari circostanze o a particolari gruppi di alimenti, passando dalla corretta interpretazione della normativa comunitaria orizzontale e verticale riguardante taluni settori, il tutto da coordinare con la normativa nazionale di attuazione.

La situazione non è semplificata dall’analisi delle diverse finalità dell’etichettatura, che non vanno perse di vista per capire gli scopi del quadro normativo e regolamentare di riferimento e, elemento non di dettaglio, per comprenderne appieno la portata applicativa: dalla sfera dell’etichettatura nutrizionale a quella che presiede la regolazione delle allergie e delle intolleranze, senza trascurare la necessaria indicazione dell’origine degli alimenti e il giusto bilanciamento tra previsioni informative di carattere obbligatorio e volontario.

Con il Regolamento UE 1169/2011, all’art. 8.1., si sancisce la responsabilità del soggetto con il cui nome o ragione sociale è commercializzato il prodotto alimentare.

Come chiarito dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Commissione Europea, coerentemente con le disposizioni del “Pacchetto Igiene” contemplato nel Regolamento CE 178/02, la responsabilità per le informazioni sul prodotto va a ricadere su colui il quale ha il potere di manipolare in modo definitivo e determinante le indicazioni sullo stesso e che, pertanto, deve comparire con il proprio marchio/nome/ragione sociale e indirizzo.

La citata chiave interpretativa in tema di responsabilità, anche in ragione della progressiva diffusione di produzioni in conto terzi, non offre concreta soluzione all’eterogenea casistica in materia e non aiuta nell’individuazione di idonee misure di tutela nei casi di frode commerciale ove – come intuibile – non può non essere chiamato in causa anche colui che lavora in regime di private label.

 

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Avv. Luigi Ferrajoli 27 ottobre 2017

Con il D.Lgs. n. 90/2017, emanato in attuazione della c.d. IV Direttiva (Direttiva n. 2015/849), che ha apportato significative modifiche al D.Lgs. 231/2007 sull’antiriciclaggio, è stata profondamente revisionata anche la disciplina sanzionatoria.

In particolare, si è avuto un aggravamento delle sanzioni in relazione alla violazione dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette disciplinato dagli articoli 35 e seguenti del nuovo D.Lgs. 231/2007.

Il D.Lgs. n. 90/2017 ha integralmente sostituito il Capo II del Titolo V del D.Lgs. n. 231/2007 dedicato alle Sanzioni amministrative, prevedendo le seguenti ipotesi:

Articolo 56: inosservanza degli obblighi di adeguata verifica e dell’obbligo di astensione

I soggetti obbligati che compiono le operazioni o eseguono la prestazione professionale e omettono di acquisire e verificare i dati identificativi e le informazioni sul cliente, sul titolare effettivo, sull’esecutore, sullo scopo e sulla natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria pari a 2.000 euro. Nelle ipotesi di violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 50.000 euro; per determinare la gravità della violazione si deve tenere conto dell’intensità e del grado dell’elemento soggettivo; del grado di collaborazione con le autorità; della rilevanza ed evidenza dei motivi del sospetto; infine della reiterazione e diffusione dei comportamenti.

Articolo 57: inosservanza degli obblighi di conservazione

Ai soggetti obbligati che non effettuano, in tutto o in parte, la conservazione dei dati, dei documenti e delle informazioni o la effettuano tardivamente si applica la sanzione amministrativa pecuniaria pari a 2.000 euro. Anche in a tal caso, se le violazioni sono gravi, ripetute, sistematiche o plurime, si applica la sanzione da 2.500 a 50.000 euro.

Articolo 58: inosservanza delle disposizioni relative all’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette.

Salvo che il fatto costituisca reato, ai soggetti obbligati che omettono di effettuare la segnalazione di operazioni sospette si applica una sanzione amministrativa pecuniaria pari a 3.000 euro (c.d. fattispecie base). In caso di violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 30.000 a 300.000 euro (c.d. fattispecie qualificata).

La medesima sanzione si applica al personale dei soggetti obbligati tenuto alla comunicazione o alla segnalazione (in via esclusiva o concorrente con l’ente presso cui operano) dell’omessa segnalazione di operazione sospetta. Se le violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime producono un vantaggio economico, l’importo massimo della sanzione è elevato: i) fino al doppio dell’ammontare del vantaggio medesimo, qualora detto vantaggio sia determinato o determinabile e, comunque, non sia inferiore a 450.000 euro; ii) fino ad un milione di euro, qualora il predetto vantaggio non sia determinato o determinabile.

Ai soggetti obbligati che, con una o più azioni od omissioni, commettono, anche in tempi diversi, una o più violazioni della stessa o di diverse norme in materia di adeguata verifica della clientela e di conservazione, da cui derivi, come conseguenza immediata e diretta, l’inosservanza dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta, si applicano unicamente le sanzioni previste per tale ultima violazione. Ai soggetti obbligati che omettono di dare esecuzione al provvedimento di sospensione dell’operazione sospetta, disposto dall’Uif, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro.

Si rammenta che nella precedente versione del D.Lgs. 231/2007 l’omessa segnalazione di operazioni sospette era punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dall’1 per cento al 40 per cento dell’importo dell’operazione non segnalata.

Pertanto, la scelta del legislatore di sanzionare la predetta violazione con il pagamento di un importo avente un range di base fisso comporta la paradossale conseguenza che, per le omissioni meno gravi, la sanzione comminata dal nuovo D.Lgs. 231/2007 risulta più gravosa rispetto a quella prevista nella previgente versione, mentre per le violazioni di importo più rilevante il nuovo regime punitivo è più favorevole rispetto al precedente!

Articolo 59: inosservanza degli obblighi di comunicazione da parte dei componenti degli organi di controllo dei soggetti obbligati.

Qualora i componenti degli organi di controllo presso i soggetti obbligati nell’esercizio della propria funzione omettano di effettuare le comunicazioni obbligatorie sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 30.000 euro; le sanzioni in questo caso sono irrogate dalle autorità di vigilanza di settore nei confronti dei componenti degli organi di controllo presso i soggetti obbligati rispettivamente vigilati.

Articolo 60: inosservanza degli obblighi informativi nei riguardi dell’UIF e degli ispettori del MEF.

I destinatari degli obblighi di trasmissione e informazione nei confronti dell’UIF che omettono di fornire all’UIF le informazioni o i dati richiesti per lo svolgimento delle sue funzioni istituzionali sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro. La medesima sanzione si applica a coloro che, in occasione delle ispezioni effettuate da funzionari del Ministero, si rifiutino di esibire documenti o comunque rifiutino di fornire notizie o forniscano notizie errate od incomplete.

Le nuove sanzioni sono entrate immediatamente in vigore; al riguardo è fondamentale considerare che risulta applicabile anche in materia di antiriciclaggio il principio del favor rei, in base al quale nessuno può essere sanzionato, sia a livello penale che amministrativo, per un fatto che, alla data di entrata in vigore del decreto, non costituisce più illecito. Pertanto, le sanzioni irrogate, in vigenza del precedente decreto, in relazione all’omessa istituzione dell’archivio unico informatico, non possono più essere applicate, essendo stato tale obbligo espunto dal D.Lgs. 231/2007.

Inoltre, alle violazioni sanzionate in via amministrativa, anteriori all’entrata in vigore del decreto, si applica la legge vigente all’epoca della commissione del fatto, se più favorevole, ivi ricompreso il pagamento in misura ridotta.

Con la circolare del 6 luglio 2017 il Ministero dell’Economia e delle finanze – Dipartimento del Tesoro ha fornito chiarimenti in ordine alla portata applicativa delle nuove disposizioni sanzionatorie amministrative ed ha fornito le prime istruzioni operative in relazione ai criteri da adottare per quantificare la sanzione da irrogare.

In particolare, si segnala che la circolare illustra i criteri da adottare al fine del riscontro della sussistenza dei parametri legislativi che caratterizzano la violazione c.d. “qualificata” di cui all’art. 58, comma 2, oltre che le modalità di determinazione della misura della sanzione.

E’ tra l’altro specificato che l’Autorità verbalizzante, nel qualificare la fattispecie quale violazione dell’obbligo di segnalazione di operazioni sospette, è tenuta, nel formulare la contestazione, ad individuare in quale delle due fattispecie tipizzate dal legislatore sia sussumibile il fatto concreto, mediante un “puntuale e circostanziato riscontro” relativamente all’eventuale sussistenza delle circostanze di fatto corrispondenti ai parametri stabiliti al comma 2, ai fini della configurabilità della fattispecie di violazione “qualificata”.

Tale previsione risulta particolarmente interessante e sarà quindi essenziale, in caso di contestazione di una violazione dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette, verificare se i verbalizzanti abbiano effettivamente individuato in quale fattispecie rientri la violazione ed abbiano motivato tale scelta; in caso contrario, si potrà impugnare tale contestazione lamentando una carenza di motivazione.

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Avv. Luigi Ferrajoli 12 ottobre 2017

Il fondo patrimoniale riceve la propria peculiare disciplina in ragione della finalità cui è rivolto, ovvero quella di vincolare determinati beni al soddisfacimento delle esigenze famigliari. Lo scopo di tutela risulta, in particolare, evidente dall’analisi degli artt. 168, 169 e 170 del codice civile. In base alle norme richiamate, è infatti posto un duplice ordine di limiti con riferimento ai beni destinati al fondo: da una lato all’amministrazione e all’alienazione degli stessi e dall’altro all’esecuzione da parte di terzi creditori.

Dall’analisi dell’art. 167 c.c. si evince che nel fondo patrimoniale possono confluire esclusivamente determinate tipologie di beni e precisamente: beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri o titoli di credito. La ragione di tale delimitazione con riguardo all’oggetto è comunemente rinvenuta nel fatto che soltanto i beni rientranti nelle suddette categorie, per le loro caratteristiche, possono agevolmente essere oggetto di pubblicità ai terzi e, conseguentemente, risultare idonei all’imposizione del vincolo di destinazione tipico dell’istituto.

Nell’eventualità che il fondo sia costituto da una società, diviene necessario distinguere tra l’ipotesi in cui il disponente sia una società di persone e quella in cui questo sia una società di capitali.

Nella prima ipotesi occorre precisare che, ai sensi dell’art. 2256 c.c., è necessario il consenso di tutti i soci qualora l’utilizzo delle cose appartenenti al patrimonio sociale e, quindi, anche la costituzione del fondo, avvenga per fini estranei a quelli della società. A ciò deve aggiungersi che, essendo i soci della società di persone illimitatamente responsabili, si dovrà altresì valutare se i motivi posti alla base della loro decisione riguardino realmente i bisogni della famiglia.

Nell’ipotesi in cui, invece, costituente del fondo patrimoniale sia una società di capitali, si ricorda che ai sensi dell’art. 2447-bis c.c. le S.p.a. possono costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva ad uno specifico affare.

Per tale ragione, appare evidente come per le società di capitali non sorgano particolari criticità inerente la liceità di un eventuale fondo ex art. 167 c.c., atteso che, anche quando queste costituiscono dei patrimoni destinati, ciò che rileva nella separazione dei beni è lo svolgimento di un’attività economica legata a quella dell’impresa principale e, dunque, la necessità di non sottrarre i beni alla loro originaria destinazione.

Per quanto riguarda la possibilità di conferire in fondo patrimoniale quote di S.r.l. è invece doveroso operare una sintetica esposizione delle problematiche legate alla materia che sono state oggetto di diversi orientamenti interpretativi.

Storicamente si è attribuita alle quote di S.r.l. natura di bene mobile immateriale, non appartenente quindi ad alcuna delle categorie espressamente previste dall’art. 167 c.c..

La questione ha dato origine a diversi orientamenti interpretativi, anche tra loro contrastanti, che vedevano da un lato coloro che ritenevano che, non essendo la quota un diritto a sé stante, la stessa poteva unicamente rappresentare un complesso di diritti e obblighi originati dal contratto sociale; dall’altro lato parte della dottrina riteneva che la quota di partecipazione nella Srl dovesse essere intesa come una vera entità patrimoniale, seppure immateriale; secondo un’altra parte ancora della dottrina la quota di partecipazione risulta in ogni caso soggetta all’iscrizione nel registro delle imprese e, pertanto, sebbene le partecipazioni siano prive di una qualsiasi consistenza fisica risulterebbero soddisfatti i requisiti di pubblicità e di informazione circa l’esistenza di un vincolo (il conferimento in fondo patrimoniale).

A tal proposito occorre, tuttavia, precisare come la restrizione prevista dalla norma positiva dell’oggetto del fondo patrimoniale ai soli beni ivi indicati sia frutto dell’esigenza di fornire idonea pubblicità al vincolo di segregazione. In conseguenza di ciò per stabilire la conferibilità in fondo patrimoniale delle quote di S.r.l., va verificato se il regime pubblicitario della partecipazione societaria sia idoneo a rendere noto ai terzi il vincolo di destinazione ai bisogni della famiglia.

Se il precedente regime di pubblicità prevedeva la pubblicazione nel Registro delle Imprese delle vicende traslative delle quote di S.r.l., equiparandole, in sostanza, a beni mobili (immateriali) registrati, a seguito della riforma del diritto societario è ora richiesta, per la risoluzione di conflitti fra diversi acquirenti, oltre all’iscrizione del trasferimento nel Registro delle Imprese, anche la buona fede del compratore che per primo iscrive il proprio acquisto (ex art. 2470 c.c.).

L’attribuzione di un ruolo centrale al requisito della buona fede, quale criterio decisivo per la risoluzione delle eventuali controversie, ha indotto la giurisprudenza prevalente ad equiparare le quote di S.r.l. a beni mobili non registrati (ex art. 1155 c.c., in caso di successive alienazioni da parte del titolare dello stesso bene mobile a soggetti differenti, quello che ne ha acquistato il possesso in buona fede viene preferito agli altri, anche se il suo titolo d’acquisto è di data posteriore), come tali non riconducibili ad alcuna categoria elencata nell’art. 167 c.c..

Ciononostante, per la dottrina più autorevole è, tuttavia, possibile accostare il citato terzo comma dell’art. 2470 c.c. all’art. 1380 c.c., disposizione che regola i conflitti tra più soggetti cui è stato concesso un diritto personale di godimento relativo al medesimo bene e, dunque, non tra acquirenti la stessa res. Quindi, con la riforma del diritto societario, il legislatore avrebbe istituito un giudizio di prevalenza tra i diversi acquirenti della medesima partecipazione non avente ad oggetto la quota in quanto bene, bensì i diritti che l’alienante può trasferire. In conseguenza di ciò, il nuovo art. 2470 c.c., in quanto attinente soltanto al trasferimento delle partecipazioni, alla relativa efficacia e pubblicità, non conterrebbe, tuttavia, elementi utili a qualificare le quote di S.r.l..

In conclusione, pur non potendosi definire in modo chiaro ed univoco la natura della quota di S.r.l., le disposizioni normative in materia depongono senza dubbio a favore della centralità dell’iscrizione degli atti inerenti a quote. Pertanto, interpretando estensivamente il termine “trasferimento” citato dall’art. 2740 c.c. e dando rilievo alla funzione di pubblicità e trasparenza del Registro delle Imprese, è lecito ammettere la costituzione di vincoli sopra le quote di S.r.l., tra i quali può annoverarsi anche il conferimento in fondo patrimoniale.

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Avv. Luigi Ferrajoli 6 ottobre 2017

L’e-commerce business to consumer, secondo Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano, è in forte espansione nel nostro Paese, in ragione della crescente propensione delle famiglie italiane allo shopping online.

Dal 2014 al 2016, il numero degli acquirenti sul web è cresciuto del 26%, grazie alle iniziative di interazione tra canale fisico ed online e alla contestuale crescita di comparti di nicchia, tra cui l’arredamento ed i suoi complementi, l’abbigliamento, le calzature, gli accessori per la persona e, per l’appunto, l’agroalimentare.

Da maggiori criticità rimane interessato il versante dell’offerta, soprattutto rispetto alle micro e macro imprese, ferma in Italia all’11%, quasi la metà rispetto al 20% della media europea.

Nel 2016, il mercato e-commerce del Food&Grocery vale 575 milioni di euro (+ 30% rispetto al 2015); lo rivela la sedicesima edizione dell’Osservatorio e-commerce B2C, promosso da Netcomm e dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Nonostante la crescita in linea con la media di mercato dei prodotti (+32%), il Food&Grocery, in valore assoluto, costituisce solo il 3% del totale mercato e-commerce B2c italiano, pari a quasi 20 miliardi di euro.

Comparando il valore degli acquisti, il fattore trainante è rappresentato dall’alimentare, pari al 90% del comparto, per un valore di 519 milioni di euro, in crescita del 27% rispetto al 2015.

Esso è a sua volta composto, per oltre il 90%, dall’acquisto di prodotti Food e per meno del 10% dal Wine. In particolare, nel Food il 60% della domanda si riferisce all’acquisto di prodotti “secchi” (ossia confezionati, incluso il caffè), il 31% ai “freschi” (prodotti a temperatura controllata, incluso il cibo pronto), il 7% alle “bevande” e il restante 2% ai “surgelati”.

Spingendoci ad investigare, almeno a livello di percezione, questa ritrosia rispetto alle opportunità di espansione commerciale offerte dal web in generale, dobbiamo sottolineare come le imprese attive nel commercio elettronico indichino, fra le condizioni ostative di accesso all’e-commerce, i costi connessi all’avvio superiori ai benefici attesi (20,2%), la logistica (10,8%), il quadro legislativo di riferimento (10,3%) e la sicurezza dei pagamenti online (9,1%).

In questa sede, ci occuperemo delle modalità attraverso cui una PMI del settore dell’agroalimentare possa fare uso di una piattaforma e-commerce, rispettandone le regole legislativamente imposte e sfruttandone appieno le potenzialità, sia come strumento di marketing (per la diffusione della sua immagine e della sua reputazione) che in qualità di canale di distribuzione commerciale di prodotti caratterizzati da specificità territoriali e di qualità.

Iniziamo dalle regole che disciplinano l’incontro tra domanda e offerta nelle vendite online.

La vendita di prodotti della specie, realizzata mediante tecniche di comunicazione a distanza, è disciplinata dal Reg. UE 1169/2011 sulla fornitura di informazioni ai consumatori.

Gli alimenti offerti online devono essere assistiti dalle medesime garanzie di informazione che caratterizzano quelli proposti in uno store fisico.

Per gli alimenti pre-imballati messi in vendita mediante piattaforme e-commerce devono essere disponibili le informazioni obbligatorie sugli alimenti, da mettere a disposizione sul supporto della vendita a distanza ovvero, senza costi supplementari, attraverso qualsiasi altro supporto adeguato.

Diversa è la disciplina in caso di prodotti alimentari non imballati, per i quali la legislazione europea rimette ai singoli Stati nazionali la relativa potestà normativa.

Oltre al tenore delle informazioni, è importante, per intuibili finalità di advertising, la lingua scelta nella vendita. Ogni informazione obbligatoria deve apparire in una lingua facilmente comprensibile per i consumatori residenti nello Stato ove il prodotto viene immesso in commercio. La responsabilità verso i consumatori da parte di chi commercializza online prodotti agroalimentari ricade sull’operatore che commercializza, a suo nome, il prodotto.

Le Linee guida edite dalla Commissione Europea, in proposito, chiariscono che “per i prodotti proposti alla vendita mediante una tecnica di comunicazione a distanza, la responsabilità di fornire le informazioni obbligatorie su questi alimenti prima della conclusione dell’acquisto incombe al proprietario del sito web”, anche nel caso in cui il sito proponga in vendita alimenti di altri, fungendo da distributore.

Il gestore di un mercato online, anche per la giurisprudenza comunitaria, non è esente da responsabilità se al corrente di fatti per i quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità delle offerte, ovvero nel caso in cui, messo al corrente, non abbia prontamente agito.

Per aprire un’attività avente per oggetto il commercio di prodotti alimentari online non esiste una forma giuridica imposta. L’e-commerce dei prodotti alimentari soggiace alle regole generali che disciplinano la vendita di prodotti via internet. L’inizio attività deve essere seguita, come per un punto vendita ordinario, da una segnalazione Certificata di avvio di nuova attività di vendita al dettaglio e deve essere realizzata nel rispetto dei noti requisiti professionali di cui all’art. 71 del D.lgs. 59 del 2010.

In ossequio ai principi generali disegnati dal Regolamento CE 178/2002, ogni operatore deve garantire la rintracciabilità del prodotto. Ne deriva la necessità che ogni distributore conosca il proprio fornitore a cui, in ogni caso, potrà richiedere informazioni sui controlli in azienda, la documentazione inerente alle attività di autocontrollo, le schede tecniche dei prodotti e ogni ulteriore documentazione attestante la loro conformità alla normativa vigente.

In questo scenario tecnico-legale, si possono passare in rassegna le linee guida che le aziende possono osservare se pensano di sfruttare un canale ecommerce per le proprie vendite.

In proposito, la scelta principale riguarda l’utilizzo di un proprio sito o la messa in vendita dei propri prodotti tramite marketplace di livello internazionale.

La scelta del sito aziendale è probabilmente la più adeguata laddove l’offerta riguardi prodotti di nicchia ovvero allorquando il web venga utilizzato come vetrina virtuale, rimandando all’acquisto press il punto vendita fisico.

Sussistono notevoli vantaggi per un’azienda che voglia, tramite il proprio sito, vendere online. Il dato esperienziale suggerisce di non trascurare i sottesi profili di fiscalità.

Grazie a recenti semplificazioni è possibile vendere online sia in Italia che nel territorio comunitario senza l’obbligo di emissione della fattura fiscale, salva la possibilità che essa venga richiesta dal consumatore finale.

In seguito ai recenti chiarimenti dell’Amministrazione Finanziaria, l’aliquota IVA applicabile è quella del paese del committente, fino al raggiungimento delle soglie, stabilite per ciascuno degli Stati membri, il cui superamento determina la necessità di nomina di apposito rappresentante fiscale, chiamato agli adempimenti IVA del paese di destino della merce.

Per le vendite effettuate al di fuori della CEE, invece, resiste l’obbligo di emissione di fattura fiscale, non imponibile ai fini IVA, ai sensi dell’art.8. del DPR 633/72.

Una volta effettuato lo sdoganamento e la consegna della merce, è sempre necessario registrare i documenti MNR che attestano l’effettiva uscita della merce dal territorio comunitario e pertanto l’assolvimento degli adempimenti IVA e doganali.

Tale semplificazione contribuisce a rendere questa tipologia di e-commerce uno dei migliori e più economici strumenti per l’internazionalizzazione delle vendite rivolte ai consumatori privati.

Negli altri casi, l’accesso a piattaforme di e-commerce strutturate e diversificate risolve la questione, a discapito evidentemente della conservazione dell’intimo rapporto, proprio dei prodotti con denominazione d’origine, tra produttore e consumatore.

Abbiamo detto prima delle basse percentuali che caratterizzano le vendite online del settore Wine. Proviamo ad approfondirne qualche aspetto e a ricercare metodi alternativi per l’espansione in mercati esteri proprio delle nostre produzioni vinicole, delle nostre birre e delle bevande spiritose.

Il vino è parte integrante della cultura popolare e la capillarità dei produttori distribuiti sul territorio fa sì che la domanda si indirizzi principalmente al canale fisico.

La criticità viene acuita se si considerano gli adempimenti richiesti per scontare l’accisa su tali produzioni.

Nelle vendite online di tali prodotti, spediti o trasportati dal cedente, non è applicabile il regime delle vendite a distanza. Per i beni soggetti ad accisa il luogo impositivo non dipende dalla condizione relativa all’ammontare delle vendite (le soglie di cui abbiamo parlato sopra) ma soltanto dal soggetto che organizza il trasporto o spedizione dei beni.

Se quest’ultimo è curato dal cedente l’accisa è dovuta nel paese di destinazione, mentre se la spedizione o il trasporto sono curati dal cessionario non residente l’operazione resta soggetta ad accisa in Italia. In pratica, un regime complicato che, unito alle incombenze doganali ed ai relativi costi, non agevola certo i piccoli produttori nell’utilizzo di questo canale di commercializzazione.

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Avv. Luigi Ferrajoli 28 settembre 2017

Il settore delle produzioni biologiche, traendo forza da una sempre maggiore tendenza dei consumatori ad un’alimentazione corretta e sana, è in costante crescita, rappresentando un’opportunità per molte produzioni di qualità del nostro Paese.

Le sue potenzialità di sviluppo troppo spesso restano inesplorate da aziende di produzione e trasformazione, in ragione di una sostanziale carenza di informazioni, connessa anche alla mancanza di una disciplina organica della materia nonché alla complessità delle normative che hanno provato a disciplinarla a livello europeo e nazionale.

Attualmente, la disciplina cardine del settore è rappresentata dal Regolamento del Consiglio Europeo n. 834 del 28.06.2007 e dal Regolamento applicativo n. 889 del 05.09.2008, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea n. 189 del 20.07.2007 e n. 250 del 18.09.2008 e successivamente integrati; vi sono poi i decreti ministeriali attuativi delle disposizioni comunitarie oltre che una serie di norme di rango legislativo e regolamentare che disciplinano gli specifici e molteplici settori dell’agroalimentare.

Il Regolamento n. 834/2007 stabilisce gli obiettivi ed i principi generali con riguardo sia alle fasi della produzione, preparazione e distribuzione dei prodotti biologici nonché del loro controllo, sia all’utilizzo, nell’etichettatura e nella pubblicità, delle indicazioni relative alla produzione biologica.

L’obiettivo perseguito dalle produzioni biologiche è stabilire un sistema globale di gestione sostenibile per l’agricoltura, con utilizzo responsabile dell’energia e delle risorse naturali, che, rispettando i sistemi e i cicli naturali, consenta di ottenere prodotti tramite procedimenti che non danneggino l’ambiente, la salute umana, la salute dei vegetali o la salute e il benessere degli animali.

Tra i principi generali base della produzione biologica troviamo:

  • il rigoroso divieto di utilizzo di OGM e dei prodotti derivati o ottenuti da OGM come alimenti, mangimi, ausiliari di fabbricazione, prodotti fitosanitari, concimi, ammendanti, sementi, ecc.;
  • la limitazione dell’uso di fattori di produzione esterni a sostanze naturali o derivate da sostanze naturali;
  • la quasi totale esclusione dell’impiego di sostanze chimiche.

Per quanto concerne l’etichettatura, secondo quanto previsto dal Regolamento n. 834/2007 “si considera che un prodotto riporta termini riferiti al metodo di produzione biologico quando, nell’etichettatura, nella pubblicità o nei documenti commerciali, il prodotto stesso, i suoi ingredienti o le materie prime per mangimi sono descritti con termini che suggeriscono all’acquirente che il prodotto, i suoi ingredienti o le materie prime per mangimi sono stati ottenuti conformemente alle norme stabilite dal presente regolamento. In particolare i termini elencati nell’allegato, nonché i rispettivi derivati e abbreviazioni, quali «bio» e «eco», possono essere utilizzati, singolarmente o in abbinamento, nell’intera Comunità e in qualsiasi lingua comunitaria, nell’etichettatura e nella pubblicità di prodotti che soddisfano le prescrizioni previste dal presente regolamento o stabilite in virtù del medesimo”.

Qualora il prodotto soddisfi i requisiti del Regolamento, possono essere utilizzati nell’etichetta i predetti termini attinenti al biologico, inoltre può essere riportato il logo comunitario di produzione biologica; tuttavia, deve essere apposto sull’etichetta anche il numero di codice che individua l’autorità o l’organismo di controllo cui è soggetto l’operatore che ha effettuato la produzione o la preparazione più recente.

La normativa europea prevede, infatti, che gli Stati membri dell’Unione istituiscano un sistema di controllo e individuino una o più autorità competenti responsabili della verifica del rispetto degli obblighi sanciti dal Regolamento, enti che a loro volta potranno delegare i compiti di controllo a uno o più organismi.

Per quanto riguarda l’Italia, vi sono una serie di enti ed organismi accreditati dal Ministero delle Politiche Agricole per effettuare le verifiche di conformità delle produzioni biologiche, inseriti in un elenco reperibile anche sul sito web del competente Dicastero; tra i più famosi si citano il CCPB, acronimo di Consorzio per il Controllo dei prodotti Biologici, organismo di certificazione e controllo con sede a Bologna, nonché l’ICEA, ossia l’Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale, uno dei principali enti certificatori Italiani ed Europei che opera, unitamente ad altri istituti italiani, anche nell’ambito della Bioedilizia.

Le autorità e gli organismi di controllo possono, in caso di infrazioni alle prescrizioni delle normative sul biologico, vietare alle aziende di commercializzare prodotti nella cui etichettatura e pubblicità venga fatto riferimento al metodo di produzione biologico per determinati periodi, a seconda della gravità dell’infrazione.

Prima di immettere prodotti sul mercato come biologici o in conversione al biologico, gli operatori devono, ai sensi dell’articolo 28 del Regolamento 834/2007, notificare la loro attività alle autorità competenti ed assoggettare la propria impresa al sistema di controllo; i loro nominativi sono poi inseriti in un elenco tenuto dalle autorità e dagli organismi di controllo.

All’esito della procedura di verifica viene poi rilasciato un documento giustificativo da esibire al momento della vendita dei prodotti.

La Notifica di Attività con Metodo Biologico dal 2012 deve avvenire con procedura telematica; le modalità di presentazione differiscono a seconda della Regione di appartenenza: in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Puglia sono operativi sistemi informatici regionali; nelle altre Regioni e Province Autonome è operativo il SIB (Sistema Informativo Biologico) nazionale.

Una volta completata la notifica di attività biologica, il procedimento di certificazione prevede una fase di avvio, ossia la prima visita ispettiva dell’organismo di controllo, svolta da un ispettore che verifica la conformità dell’azienda e della documentazione predisposta dall’operatore al regolamento comunitario e presenta una relazione all’organismo di certificazione.

Qualora l’azienda risulti idonea, sono comunicati tempi per la conversione (per le aziende agricole) attribuiti ai singoli appezzamenti in funzione della produzione e le eventuali azioni correttive da adottare; è possibile proporre ricorso avverso la comunicazione di non idoneità.

Il mantenimento della conformità alla norma di riferimento è quindi garantito da una serie di controlli annuali svolti dall’organismo di certificazione.

Il sistema comprende il rilascio di una serie di certificazioni differenti a seconda dell’organismo di controllo interessato e della tipologia di prodotto o procedura produttiva certificate, certificazione che viene poi riportata sull’etichetta del prodotto; ciò tuttavia spesso ingenera confusione nel consumatore finale che non possiede le competenze per riconoscere le diverse produzioni.

Negli ultimi anni sono stati fatti molti passi in avanti nella regolamentazione delle produzioni biologiche e molte aziende hanno ottenuto la relativa certificazione, tuttavia una disciplina più organica della materia potrebbe aiutare gli operatori a convertire la propria produzione al biologico ed una semplificazione nella rappresentazione delle diverse conformità potrebbe orientare i consumatori nella scelta dei prodotti, contribuendo così ad un ulteriore sviluppo del settore.

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Avv. Luigi Ferrajoli 21 settembre 2017

La riforma realizzata con il D.Lgs. 38/2017 ha segnato una tappa importante tra le molteplici iniziative intraprese sia dal legislatore nazionale che da quello comunitario volte alla repressione degli episodi corruttivi.

Rispetto alla precedente versione, il nuovo art. 2635 c.c. sanziona non solo “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, di società o enti privati che sollecitano o ricevono, per sé o per altri, denaro o altra utilità non dovuti, o ne accettano la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà”, ma anche qualora la medesima condotta sia realizzata “per interposta persona”.

Tale nuova esplicita allusione al fatto criminoso realizzato dal terzo intermedio è finalizzata ad allargare le maglie della disciplina ed inasprirne l’indole repressiva sia in relazione alle ipotesi di corruzione attiva descritta nell’incipit della norma, sia per quelle di corruzione passiva, enunciate nel seguente comma 3, consistente nel comportamento di colui che “offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovuti” .

È così stata perfettamente recepita la disposizione del paragrafo 2.1 della Decisione Quadro 203/568/GAI che ha imposto agli Stati membri di prevedere adeguati presidi di tutela anche per i comportamenti volti a promettere, offrire o concedere direttamente o anche tramite un intermediario un indebito vantaggio di qualsiasi natura ad una persona – per essa stessa o per un terzo – preposta allo svolgimento di funzioni direttive o lavorative di qualsiasi tipo per conto di un’entità del settore privato, affinché la medesima compia o ometta un atto in violazione di un dovere.

Se da un lato è evidente il rilievo che assume la nuova figura dell’intermediario nella prospettiva di includere la maggior parte delle casistiche ipotizzabili, dall’altro lato ci si chiede quali caratteristiche debbano possedere i soggetti per essere qualificati come interposti.

Un lettore attento, infatti, presto si accorgerà che la stessa figura di interposizione sembra qui prendere forme distinte a seconda che si stia parlando di corruzione attiva o passiva.

Laddove, infatti, vengono espressamente citati gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, ci si chiede in quali termini possa collocarsi l’interposta persona, ossia se il richiamo specifico a tali cariche con funzioni di amministrazione e controllo esiga, da parte dell’intermediario, il possesso di una qualifica seppur non strettamente formale, ma quantomeno evidente e accettata all’interno della compagine sociale sotto il profilo fattuale. In mancanza di alcuna precisazione si potrebbe altresì ipotizzare che il legislatore abbia voluto ricondurre alla figura dell’intermediario chiunque abbia un qualche rapporto con gli esponenti aziendali senza presupporre necessariamente che il terzo, parte del pactum scleris, sia inserito nella struttura organizzativa sociale.

In tale caso, sarà allora decisiva l’analisi della componente soggettiva del reato che sembra richiedere sia la conoscenza da parte dell’intraneo del ruolo e della funzione assunta dall’intermediario nella realizzazione dell’illecito, sia al tempo stesso la consapevolezza da parte dell’interposto delle finalità perseguite con il proprio comportamento.

Meno dubbi sorgono, invece, sul fronte attivo laddove prevedendo espressamente che chiunque possa offrire, promettere o dare denaro o altra utilità non dovuti, pare al tempo stesso non pretendere il possesso, da parte della persona interposta che cooperi al compimento dell’illecito, di una qualche caratteristica distintiva che orienti l’interpretazione degli operatori del diritto in un certo senso piuttosto che in un altro, quanto invece sembra presupporre che il reato possa essere commesso da qualunque individuo.

È chiaro in tal caso risulterà determinante il contributo della giurisprudenza che dovrà tracciare i confini di applicazione della normativa, tenendo conto delle peculiarità dei casi pratici sui quali sarà chiamata a pronunciarsi e dell’intento del legislatore di uniformarsi alle spinte internazionali ed europee finalizzate alla repressione della corruzione in tutte le sue forme.

L’allargamento della cerchia dei soggetti produce notevoli ripercussioni anche in prospettiva 231. Si ricordi, infatti, che l’ipotesi di corruzione attiva prevista nell’art. 2635 co. 3 c.c. è ricompresa tra i reati idonei a far sorgere una responsabilità anche in capo alla società (sanzioni sul capitale e interdittive) e pertanto, la possibilità che l’illecito dopo l’intervento della riforma possa essere commesso anche per il tramite di un soggetto terzo interposto, è in grado di mettere in allarme le aziende invogliandole ad adottare un Modello organizzativo e dissuadendole così dalla cattiva abitudine di posticipare la predisposizione di congrui presidi di controllo al momento in cui vi sia stata già contestazione di un fatto illecito. Sarebbe, invece, opportuno che si diffondesse soprattutto tra le piccole e medie imprese, una particolare attenzione per tali problematiche ed una tendenza a premunirsi ex ante di una compliance interna, composta da procedure e da protocolli in grado di prevenire possibili conseguenze pregiudizievoli, piuttosto che ricorrere alla inavveduta alternativa di riparare ai danni tardivamente.

Vedremo nel corso del tempo come si evolveranno gli orientamenti giurisprudenziali e come i professionisti riusciranno sempre di più ad affiancare le imprese non solo sul piano assistenziale-processuale, ma soprattutto sul fronte volto a garantire una pronta e costante attività consulenziale messa a disposizione del management aziendale.

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Mutando un orientamento ultraventennale, con la pronuncia n. 11504 del 10 maggio 2017 (relativa al divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro dell’Economia nel Governo Monti, e l’imprenditrice Lisa Lowenstein), la Suprema Corte ha sancito nuovi parametri in materia di assegno divorzile, stabilendo che esso non può essere riconosciuto a chi è indipendente economicamente (o è effettivamente in grado di esserlo) e che, per la sua determinazione, non rileva il tenore di vita goduto nel corso del matrimonio.

Nel caso in esame, il Tribunale di Milano aveva dichiarato lo scioglimento del matrimonio contratto tra due coniugi respingendo la domanda di assegno divorzile proposta dalla moglie. Anche la Corte d’appello di Milano, a cui la soccombente aveva presentato gravame, aveva ritenuto non dovuto l’assegno dalla medesima preteso per mancanza di prove in ordine all’inadeguatezza dei propri redditi a conservare il tenore di vita beneficiato in costanza di matrimonio.

Avverso questa sentenza, l’ex moglie aveva proposto ricorso in Cassazione denunciando, tra le altre doglianze, la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, della L. n. 898/1970, per avere, i giudici di merito, negatole il diritto all’assegno sulla base della circostanza che l’ex marito non avesse mezzi adeguati per conservare l’alto tenore di vita matrimoniale.

Partendo dal disposto normativo di cui all’art. 5, comma 6, della L. n. 898/1970, secondo cui “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”, la Cassazione ha esaminato la fattispecie in questione ritenendo, come vedremo, del tutto infondato il ricorso proposto.

Il presupposto da cui la Corte ha fatto discendere il proprio ragionamento è che l’estinzione del rapporto matrimoniale di cui al menzionato art. 5, comma 6, ha rilievo sia sul piano dello status personale dei coniugi – i quali devono perciò considerarsi da quel momento “persone singole” – sia su quello attinente ai loro rapporti economico-patrimoniali.

Ciò posto, l’eventuale diritto all’assegno divorzile può essere riconosciuto dal giudice in mancanza di mezzi adeguati dell’ex coniuge o, comunque, in caso d’impossibilità dello stesso di procurarseli per ragioni oggettive, solamente sulla base di un giudizio distinto in due fasi: la prima, tesa a verificare la sussistenza del diritto (fase dell’an debeatur) e, la seconda, atta a determinare quantitativamente l’assegno (fase del quantum debeatur).

Tanto premesso, decisiva è, a parere della Cassazione, l’interpretazione del sintagma normativo “mezzi adeguati” e della disposizione “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive”, in riferimento ai quali grava sul coniuge richiedente l’onere di dimostrarne la sussistenza.

Sul punto, la Corte ha richiamato due importanti precedenti – Cass. Civ. S.U. nn. 11490 e 11492 del 29.11.1990 – con cui è stato riconosciuto che il parametro di riferimento a cui rapportare l’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del richiedente è rappresentato dal “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio” (Cass. Civ., S.U., n. 11490/1990; in tal senso anche Cass. Civ. n. 3341/1978, n. 4955 del 1989, n. 11686/2013 e n. 11870/2015).

Ebbene, con la sentenza in commento, la Cassazione, a distanza di quasi ventisette anni, ha completamente ribaltato tale orientamento non ritenendolo più attuale.

Invero, la Suprema Corte ha espressamente stabilito che il Giudice del divorzio, a cui viene richiesta la liquidazione dell’assegno divorzile, ha il dovere di verificare nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’“auto responsabilità” e dell’”indipendenza economica” di ciascuno degli ex coniugi, il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o meno, del diritto all’assegno in parola – se la domanda dell’ex coniuge richiedente possa soddisfare le relative condizioni di legge rappresentate dalla mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, dall’impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”.

Tale requisito dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica deve essere desunto da “indici” che la Corte ha dichiarato essere: “1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43 c.c., comma 2) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione”, di cui il richiedente, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio – fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge – deve adeguatamente offrire “pertinenti allegazioni, deduzioni e prove”.

Una volta terminata la prima fase, si passerà a quella attinente al quantum debeatur – “informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto” – per la quale il giudice deve tener conto di tutti gli elementi indicati dalla norma (“(….) condizioni dei coniugi, (….) ragioni della decisione, (….) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (….) reddito di entrambi (….)“), e, quindi, valutare “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio“, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio.

Anche tale fase, deve essere affrontata tenuto conto delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 c.c.).

In buona sostanza, con la pronuncia in esame, la Cassazione ha sentito l’esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”, essendo ormai diffusa nel costume sociale un’idea del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che, si rammenta, oggi è possibile “sciogliere”, previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all’ufficiale dello stato civile, a norma dell’art. 12 del D.L. n. 132/2014, convertito in legge, dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, art. 1, comma 1).

E’ quindi pienamente coerente con questo approdo sociale e legislativo l’orientamento della Suprema Corte in commento, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di un’eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016).

Ciò in quanto un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile, che produca l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9).

Si deve, quindi, ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale ad oltranza.

L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile – come detto – non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento dell’indipendenza economica, intesa come la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile.

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Con il Reg. CE n. 1308/2013 è stata introdotta la possibilità per ogni Stato membro di presentare alla Commissione – previa consultazione delle Autorità e delle organizzazioni competenti – un programma quinquennale, elaborato a livello territoriale, di sostegno alla produzione del vino.

Detti piani devono contenere una dettagliata descrizione delle misure proposte, la quantificazione dei relativi obiettivi e lo scadenzario di attuazione delle necessarie misure, indicando, al contempo, una tabella finanziaria generale che evidenzi l’ammontare complessivo delle risorse da stanziare e la loro ripartizione.

Con specifico riferimento alle azioni di informazione e promozione dei vini dell’Unione nei paesi extra UE, l’art. 45 del citato Reg. CE n. 1308/2013 prescrive che le relative misure siano finalizzate tanto ad informare la clientela in ordine alla necessità di un consumo responsabile di vino quanto a rendere noti nel mondo i sistemi delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche europee.

Con riferimento a tale ultima finalità, le misure adottate devono consistere nello sviluppo di relazioni pubbliche nonché di attività di promozione e pubblicità che siano in grado di mettere in rilievo gli elevati standard delle produzioni vinicole dell’Unione – rientranti nel novero delle denominazioni di origine protetta, delle indicazioni geografiche protette e di produzione biologica – in termini di qualità, sicurezza alimentare e rispetto dell’ambiente.

Con il decreto n. 60710 del 10 agosto 2017, il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha finalmente emanato il decreto “Ocm Vino promozione sui mercati dei Paesi Terzi“.

Il provvedimento costituisce necessario presupposto all’emanazione, da parte di AGEA prima e delle Amministrazioni regionali poi, di appositi bandi per la campagna 2017-2018, funzionali all’accesso, ad opera delle cantine interessate, ai finanziamenti a fondo perduto per le attività di promozione del vino nei paesi Extra UE.

L’adozione del citato Decreto, pur registrando un forte ritardo rispetto ai provvedimenti emanati dai partner europei, è stato salutato con favore dagli operatori del settore, offrendo un’irrinunciabile opportunità per rilanciare il processo di internazionalizzazione della produzione vitivinicola nazionale, nel tentativo di lasciarsi alle spalle la spiacevole vicenda dell’Ocm Vino 2016-2017 che, caratterizzata da paralizzanti ritardi e da numerosi ricorsi alla giustizia amministrativa, ha determinato il mancato utilizzo di buona parte dei finanziamenti di specie stanziati a livello comunitario.

Il Legislatore interno, nell’ambito del cennato decreto, ha previsto diverse tipologie di progetto, in ragione della caratterizzante portata territoriale, prevedendo livelli:

  1. nazionali, con domanda di contributo che deve essere presentata al Ministero da soggetti proponenti che abbiano sede operativa in almeno tre Regioni;
  2. regionali, in questo caso la domanda va inoltrata alla Regione competente in ragione della sede operativa dell’istante;
  3. multi-regionali, in tal caso, la domanda, invece, è presentata da proponenti che hanno sede operativa in almeno due Regioni (in questo caso la domanda è volta all’ottenimento si fondi regionali con una riserva sui fondi nazionali).

L’importo del sostegno a valere sui fondi europei è pari, nel massimo, al 50% delle spese sostenute per svolgere le azioni promozionali. Il descritto incentivo può essere integrato con fondi nazionali o regionali per un ulteriore importo pari a un massimo del 30% del contributo richiesto, per azioni senza marchi commerciali. Ne deriva che l’ammontare complessivo del sostegno può arrivare a coprire l’80% delle spese sostenute per la realizzazione del progetto.

Sono ammissibili, a valere sui fondi quota nazionale, progetti aventi un importo complessivo minimo, ammesso a seguito dell’istruttoria di valutazione, per Paese terzo/anno non inferiore a 50.000 euro. Qualora il progetto sia destinato a un solo Paese terzo, il suo importo non deve essere inferiore a 100.000 euro.

In base al decreto sono ammissibili attività di comunicazione e promozione, sintetizzabili in:

  • azioni in materia di relazioni pubbliche, promozione e pubblicità;
  • partecipazione a manifestazioni, fiere ed esposizioni di importanza internazionale;
  • campagne di informazione, in particolare sui sistemi delle denominazioni di origine, delle indicazioni geografiche e della produzione biologica vigenti nell’Unione;
  • studi per valutare i risultati delle azioni di informazione e promozione. Sono ammesse anche attività di incoming di buyer e stampa stranieri, il cui svolgimento può avvenire nel territorio nazionale.

La norma specifica inoltre che la durata del contributo per ciascuna promozione non può superare l’arco di un triennio per un determinato Paese terzo o mercato di paese Extra UE, salvo possibilità di proroga giustificata dalla stessa attività di promozione per una sola volta per un massimo di due anni, ovvero per due vote per un massimo di una anno per ciascuna proroga richiesta e concessa.

Il Decreto in commento statuisce la valutazione prioritaria dei progetti presentati da soggetti che siano nuovi beneficiari, indicando, a tal fine, quale ulteriore elemento di merito l’eventuale possesso da parte del proponente di una forte componente aggregativa di piccole/medie imprese.

Parimenti, è riconosciuta priorità ai progetti proposti da un Consorzio di tutela ovvero quelli rivolti ad un mercato emergente che prevedano azioni di diretto contatto con i destinatari.

Una volta predisposto il piano di progetto, l’AGEA – organismo pagatore – ha il compito di redigere un contratto-tipo sulla base della normativa comunitaria e nazionale e, tramite l’ausilio di AGECONTROL, di effettuare le verifiche precontrattuali comunicando gli esiti alle Autorità competenti entro 60 giorni dalla trasmissione delle graduatorie.

In attesa della pubblicazione dei bandi, le aziende vinicole potranno dunque concentrarsi sul fronte della progettualità degli investimenti in promozione, per i quali sono previsti circa 101,9 milioni di contributi europei per l’annualità 2017-2018, ai quali le aziende nostrane dovranno aggiungere il proprio 50% di contributo alle spese di specie (per un investimento complessivo pari a 210 milioni di euro).

L’importanza dell’opportunità offerta e la relativa complessità del quadro normativo e regolamentare di riferimento sembrano suggerire alle aziende del settore interessate la necessità di un qualificato supporto di professionisti specializzati nelle attività di assistenza e consulenza tecnico-legale.

Solo una compiuta conoscenza delle possibilità di promoting ed advertising offerte dal mercato estero e un’ineccepibile interpretazione della normativa nazionale e comunitaria posso dar vita ad un valido e serio progetto di promozione, funzionale a garantirsi l’accesso ai suddetti contributi, evitando di esporsi a lungaggini burocratiche ed estenuanti contenziosi amministrativi.

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