Avv. Luigi Ferrajoli 19 aprile 2018

Accade di frequente di dover valutare l’ipotesi di attribuire la responsabilità civile nei confronti del trustee che, senza le dovute autorizzazioni da parte del disponente, pone in essere condotte contrarie ai doveri imposti dall’atto istitutivo del trust.

Al fine di comprendere se per tale condotta sia possibile contestare a detto soggetto una responsabilità civile per violazione del rapporto di fiducia sotteso a tale negozio giuridico e avanzare, per mano del guardiano, o dei beneficiari, una richiesta di risarcimento danni, occorre analizzare le disposizioni previste dalla Convenzione dell’Aja, dando un opportuno sguardo anche alla Legge di Jersey e di San Marino.

Come noto, in forza dell’art. 2 della Convenzione, “Il trustee è investito del potere e onerato dell’obbligo, di cui deve rendere conto, amministrare, gestire o disporre dei beni in conformità alle disposizioni del trust e secondo le norme imposte dalla legge al trustee”.

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Avv. Luigi Ferrajoli 12 aprile 2018

Un problema fondamentale che si è posto sin dagli inizi dello sviluppo delle attività commerciali in internet è quello relativo a determinare se e quando un’attività commerciale svolta tramite un server è produttiva di reddito e come debba essere sottoposta a tassazione; più in particolare, quando sia configurabile una “stabile organizzazione”, quando un’impresa estera, nello svolgimento di una propria attività di commercio elettronico diretto, si avvale di un server posto all’interno di altro Stato.

Si è infatti sentita, da parte degli operatori del diritto, l’esigenza di individuare un concetto di stabile organizzazione “virtuale” contrapposto a quello, tradizionale, di stabile organizzazione materiale o personale, che si può concretizzare attraverso l’individuazione di un significativo numero di contratti siglati con clienti fiscalmente residenti nello stato di destinazione per la fornitura di beni o servizi digitali. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 6 aprile 2018

Nell’analisi degli strumenti posti a garanzia di un soggetto che partecipa – con un ruolo di limitata autonomia decisionale e organizzativa – a bandi di gara europei per l’ottenimento di finanziamenti, assume un ruolo di determinante importanza l’istituto della manleva che – sebbene non tipizzato nel codice civile e, più in generale, nel nostro ordinamento – risulta un valido strumento giuridico di trasferimento del danno e degli effetti derivanti dalla responsabilità civile, inteso in termini tanto contrattuali che extracontrattuali.

Si parla, dunque, di contratto atipico, la cui legittimità deve essere valutata di volta in volta in relazione ai sovraordinati principi di legge e di ordine pubblico che, come è noto, possono limitare l’autonomia privata nella fissazione di talune regole convenzionali.

Preliminarmente, occorre osservare come – secondo autorevole dottrina – il contratto di manleva non subisca limitazioni di validità dalla vigenza della prescrizione di cui all’art. 1229 c.c., essendo la derivata disciplina sussumibile al tipizzato contratto di accollo.

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L’art. 11, co.1, del D.lgs. n. 74/2000 sanziona con la reclusione da sei mesi a quattro anni “chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altri beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l’ammontare dell’imposta, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da uno a sei anni”.

La norma incriminatrice in parola ha anticipato nel nostro ordinamento l’introduzione, ad opera della legge n. 186/2014, della fattispecie di autoriciclaggio all’interno del Codice Penale (art. 648-ter.1), con la quale condivide numerosi ambiti di potenziale sovrapposizione.

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Il novellato schema di adempimenti antiriciclaggio in tema di adeguata verifica della clientela è contemplato nel D.lgs. 231/2007, agli articoli da 17 a 30, che illustrano i contenuti e le modalità di esecuzione di tale obbligo, distinguendo tra misure semplificate e quelle rafforzate, per effetto del differente grado di rischio a cui il destinatario della normativa risulta, per ciascun caso, concretamente esposto.

L’art. 17 del D.lgs. 231/2007 impone l’obbligo di adeguata verifica della clientela anche in occasione dell’esecuzione di un’operazione occasionale disposta dal cliente che comporti la trasmissione o la movimentazione di mezzi di pagamento di importo pari o superiore a 15.000 euro e ciò indipendentemente dal fatto che sia effettuata con un’operazione unica o frazionata.

Tale soglia non rileva per le prestazioni di servizi di pagamento e nell’emissione e distribuzione di moneta elettronica effettuate tramite agenti di attività finanziaria ovvero mediante soggetti convenzionati quali: le banche, Poste Italiane S.p.a., gli istituti di pagamento e gli istituti di moneta elettronica (compresi quelli aventi sede in altro Stato membro), oltre che le succursali di quest’ultimi. Per costo l’adeguata verifica va compiuta anche in relazione ad operazioni occasionali di importo inferiore ai 15.000 euro. Continua la lettura »

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Originariamente introdotta dal decreto legislativo 74 del 2000, la disciplina degli effetti penali derivanti dall’estinzione del debito tributario è stata, da ultimo, «revisionata» dagli articoli 11 e 12 del decreto legislativo 158 del 2015, che hanno rispettivamente modificato l’art. 13 (causa di esclusione della punibilità) e introdotto l’art. 13 bis (circostanza attenuante ad effetto speciale) del D.lgs. 74/2000.

Proprio in relazione agli articoli 13 e 13-bis, ci si è interrogati sulla loro natura processuale o sostanziale.

La prevalente giurisprudenza, anche di legittimità, ha stabilito la loro natura di norme processuali, con la connessa possibilità di essere applicate in via retroattiva con riferimento anche ai procedimenti in corso. Continua la lettura »

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Nel nostro ordinamento giuridico, l’articolo 91 cod. civ. prevede che il Giudice, in sentenza, debba condannare la parte soccombente al pagamento delle spese di lite, liquidandone il compenso. Nel caso in cui vi sia stata una proposta conciliativa, qualora il Giudicante accolga la domanda in misura non superiore a quanto previsto dalla stessa, condannerà la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della stessa, fatto salvo il disposto dell’articolo 92, comma 2, c.p.c.

Ciò posto, al di fuori delle summenzionate ipotesi, l’attore parzialmente vittorioso sull’unica domanda, ovvero su una delle domande proposte, non potrà essere condannato, neppure parzialmente, al pagamento delle spese; questo principio è stato confermato dall’ordinanza n. 1572 depositata in data 23 gennaio 2018 dalla Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione.

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Il tema del raddoppio dei termini è spesso oggetto di discussione in dottrina e giurisprudenza anche nella versione prevista dall’art. 12 D.L. 78/2009 che prevede, al comma 2 che “In deroga ad ogni vigente disposizione di legge, gli investimenti e le attività di natura finanziaria detenute negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 10 maggio 1999, n. 107, e al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 23 novembre 2001, n. 273, senza tener conto delle limitazioni ivi previste, in violazione degli obblighi di dichiarazione di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 4 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167, convertito dalla legge 4 agosto 1990, n. 227, ai soli fini fiscali si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione. In tale caso, le sanzioni previste dall’articolo 1 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, sono raddoppiate”.

I successivi commi 2-bis e 2-ter dispongono il raddoppio dei termini per la notifica dell’atto impositivo in relazione, rispettivamente, agli accertamenti basati sulla presunzione di cui al comma 2, nonché alle violazioni dell’obbligo di monitoraggio fiscale.

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Con l’ordinanza n. 324 del 10 gennaio 2018 la Sesta Sezione della Corte di Cassazione si è espressa in tema di accertamento con adesione la cui istanza è, come noto, disciplinata dal D.Lgs. 19.06.1997, n. 218, art. 6 (in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto) e art. 12 (in relazione alle altre imposte indirette).

In forza di tali disposizioni, il contribuente nei cui confronti siano stati effettuati accessi, ispezioni o verifiche può fare istanza all’Ufficio formulando una proposta di accertamento ai fini dell’eventuale definizione.

La presentazione dell’anzidetta domanda comporta la sospensione dei termini per l’impugnazione dei relativi avvisi di accertamento o di rettifica nonché di quelli per la riscossione delle imposte in pendenza di giudizio, per un periodo di novanta giorni.

Nel caso in esame, l’Agenzia delle entrate, con riferimento all’anno d’imposta 2006, aveva emesso nei confronti di una S.r.l. un avviso di accertamento tramite il quale, ai sensi della L. n. 724/1994, art. 30, in tema di società di comodo, aveva recuperato a tassazione una maggiore IRES sulla base di un’accertata non operatività della predetta società. In seguito, l’Ufficio aveva altresì emesso un avviso di contestazione ed irrogazione di sanzioni per l’indebito rimborso dell’IVA ottenuto dalla società contribuente nel medesimo anno di imposta.

La società aveva presentato istanza di accertamento con adesione solamente in relazione al primo avviso. Non essendo la stessa stata accolta, la contribuente aveva così presentato due distinti ricorsi, uno per l’avviso di accertamento, l’altro per l’atto di irrogazione delle sanzioni, considerando, per entrambi, il periodo di 90 giorni di sospensione ex art. 6.

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Avv. Luigi Ferrajoli 15 febbraio 2018

Il tema della tassazione indiretta del trust è ancora oggetto di interpretazione da parte della giurisprudenza di legittimità.

Nella recentissima sentenza n. 975 del 17.01.2018 la Corte di Cassazione ha avuto modo di esprimersi in relazione all’applicazione dell’imposta di registro agli atti di conferimento in trust (stipulati prima della reintroduzione dell’imposta sulle successioni e donazioni), affermando il principio secondo cui poiché il trasferimento dei beni in trust non ha natura onerosa, non deve essere assoggettato a imposta di registro e alle imposte ipocatastali in misura proporzionale ma in misura fissa.

Nella fattispecie in commento il trustee di un trust autodichiarato ed il guardiano dello stesso trust avevano impugnato l’avviso di rettifica e liquidazione dell’imposta suppletiva di registro, ipotecaria e catastale, emesso dall’Agenzia delle Entrate in relazione all’atto di conferimento di un fabbricato.

Il ricorso era stato accolto in primo grado ma la Commissione Tributaria Regionale del Lazio aveva riformato la sentenza rilevando che “si è in presenza di un trasferimento di proprietà non sottoposto ad alcun obbligo di amministrazione, corretta gestione e restituzione in un tempo prefissato”, per cui “mancano… tutti gli elementi per l’individuazione di un negozio fiduciario che è proprio della nozione di trust”; di conseguenza, secondo la Commissione, “va quindi applicato all’atto di trasferimento in esame l’articolo 9 della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, che tassa nella misura proporzionale del 3% siffatta tipologia di negozi”.

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