La redazione 6 novembre 2018
Avv. Luigi Ferrajoli 5 ottobre 2018

Nel nostro ordinamento giuridico, l’articolo 132 c.p.c. prevede espressamente che la sentenza debba contenere a) l’indicazione del giudice che l’ha pronunciata; b) l’indicazione delle parti e dei loro difensori; c) le conclusioni del pubblico ministero e quelle delle parti; d) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione; e) il dispositivo, la data della deliberazione e la sottoscrizione del giudice.

Ciò posto, la mancata indicazione delle parti nell’epigrafe della sentenza del nome di una delle parti rende nullo il provvedimento quando né dallo “svolgimento del processo”, né dai “motivi della decisione”, sia dato desumere la sua effettiva partecipazione al giudizio.

Questo principio è stato confermato dalla sentenza n. 22055 depositata in data 11 settembre 2018 dalla Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione.

Nel caso di specie, il giudizio traeva origine da una richiesta da parte degli attori di condanna dei convenuti sia alla demolizione di un manufatto, che secondo costoro non rispettava le distanze dai confini previste dalla legge, sia al risarcimento dei danni da essa derivanti.

I convenuti si costituivano in giudizio chiedendo il rigetto delle domande attoree in quanto infondate e, con un’ulteriore domanda riconvenzionale, domandavano altresì il risarcimento dei danni.

Il Tribunale accoglieva le domande attoree e, pertanto, condannava parte convenuta alla demolizione e al risarcimento dei danni; decisione che veniva confermata anche in sede di appello.

I soccombenti decidevano di procedere avanti la Suprema Corte rilevando, tra i vari motivi, la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 132 c.p.c. per la mancata indicazione, nella sentenza impugnata, dell’indicazione dei nomi degli appellati, che si erano costituiti in giudizio nelle more dichiarando di voler subentrare nella posizione processuale della madre deceduta nel corso del giudizio di secondo grado. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 7 settembre 2018

Nel nostro ordinamento giuridico non esiste una norma specifica che impedisca il frazionamento delle domande giudiziali, nonché una disposizione che ostacoli la possibilità di proporre una causa volta al recupero di un credito, solo perché già pendente un giudizio instaurato per il recupero di un credito diverso, ma derivante dallo stesso contratto tre le parti.

Ciò posto, la parcellazione separata di crediti diversi e distinti derivanti da un medesimo rapporto è prevista esclusivamente in presenza di un interesse oggettivo del creditore a proporre molteplici azioni, in difetto il frazionamento è ingiustificato; questo principio è stato confermato dall’ordinanza n. 16993 depositata in data 27 giugno 2018 dalla Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione.

Nel caso di specie, il giudizio traeva origine da un’azione proposta da un perito nei confronti di un Istituto Assicurativo al fine di ottenere il pagamento del compenso per l’incarico svolto nell’interesse della Compagnia assicurativa. Il Tribunale adito, in sede di appello, riformando la sentenza del giudice di prime cure, rigettava la domanda del perito.

Nello specifico il Tribunale aveva ravvisato un abusivo frazionamento del credito, atteso che gli incarichi del professionista erano tutti riconducibili a un unico contratto d’opera tra le parti, nell’ambito di un ampio accordo di collaborazione professionale.

Il consulente dunque decideva di procedere avanti la Suprema Corte rilevando, tra i vari motivi, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1175 e 1375 C.C. con riferimento ad una erronea interpretazione dei principi elaborati dalle Sezioni Unite, con la sentenza n.23726/2007, in relazione al frazionamento abusivo del credito.

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Con la recente sentenza n. 25980 del 07 giugno 2018, la Corte di Cassazione ha ribadito alcuni importanti principi in tema di responsabilità amministrativa degli enti.

In particolare, la Suprema Corte ha precisato che il profitto del reato oggetto della confisca di cui all’art. 19 del D.Lgs. n. 231 del 2001 si identifica con il vantaggio economico di diretta ed immediata derivazione causale dal reato presupposto, ma, nel caso in cui questo venga consumato nell’ambito di un rapporto sinallagmatico, non può essere ricompresa nel profitto anche l’utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell’esecuzione da parte dell’ente delle prestazioni che il contratto gli impone. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 20 luglio 2018

Il mondo della “pirateria digitale” non risparmia i prodotti agroalimentari.

Se è vero che rispetto alle altre tipologie di mercato la vendita onlinedi Food&Winestenta a decollare è altrettanto certo che uno dei maggiori fattori di freno in proposito è costituito dalla scarsa fiducia, diremo condivisibile, che il consumatore medio riserva alle offerte della specie tramite canale digitale. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 13 luglio 2018

L’attività agrituristica rientra, di norma, tra le attività connesse a quella agricola, purché sussista il rapporto di connessione con la coltivazione del fondo, silvicoltura o allevamento di animali stabilito dall’art. 2135 c.c.. Continua la lettura »

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La prestazione di un avvocato si configura come un’obbligazione di mezzi e non di risultato, secondo una classica distinzione, ancora attuale, in materia di prestazione d’opera professionale.

Ciò posto, tale principio di diritto, ravvisabile nell’articolo 2237 Cod. Civ., pone a carico del cliente che recede dal contratto d’opera il compenso per l’opera svolta dal professionista, indipendentemente dall’utilità che ne sia derivata e il contratto può essere quindi derogato solo per espressa volontà dei contraenti; circostanza che è stata confermata dall’ordinanza n.16342 depositata in data 21 giugno 2018 dalla Terza Sezione della Corte di Cassazione. Continua la lettura »

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La recentissima sentenza n. 15396 del 18 giugno 2018 si è espressa su un tema molto interessante concernente le obbligazioni Lehman Brothers, sancendo definitivamente l’illegittimità del comportamento della banca che, violando gli obblighi informativi posti a suo carico, induce il cliente all’acquisto di titoli concernenti una società emittente in grave situazione economico-finanziaria. Continua la lettura »

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Tra le questioni attualmente più dibattute in dottrina e in giurisprudenza si segnala la problematica relativa alle richieste di rimborso della c.d. “euroritenuta” formulate dai contribuenti che hanno aderito alla procedura di collaborazione volontaria introdotta dalla legge n. 186 del 15.12.2014 e successivamente reiterata con il D.L. n. 163/2016, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge n. 225/2016.

Una volta, infatti, perfezionata la procedura di voluntary disclosure mediante il pagamento delle somme indicate negli inviti a comparire, o mediante l’autoliquidazione, molti contribuenti che detenevano i propri capitali in Paesi europei non collaborativi hanno richiesto la restituzione di quanto versato alla Stato italiano nei medesimi periodi di imposta a titolo di euroritenuta, ricevendo tuttavia un rifiuto da parte dell’Amministrazione finanziaria. Continua la lettura »

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Avv. Luigi Ferrajoli 14 giugno 2018

Nel nostro ordinamento giuridico, le riproduzioni informatiche costituiscono piena prova dei fatti e delle cose rappresentate fino al disconoscimento della conformità da parte di colui contro il quale sono prodotte, ai sensi dell’articolo 2712 C.C. 

Ciò posto, la posta elettronica, rientrando tra le riproduzioni informatiche ovvero tra le rappresentazioni meccaniche indicate dall’articolo 2712 C.C., fa piena prova dei fatti riportati, salvo il disconoscimento operato dal soggetto contro il quale sono prodotte; questo principio è stato confermato dall’ordinanza n. 11606 depositata in data 14 maggio 2018 dalla Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione. Continua la lettura »

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